Periodico di informazione della sezione di Siena – Settembre 2026
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DAL GIAPPONE ALL’ITALIA, IL RITIRO SOCIALE NON È PIÙ UNA REALTÀ CONFINATA A UNA CULTURA LONTANA
di Enza Pipitone
In Giappone, l’isolamento degli hikikomori ha assunto dimensioni tali da essere considerato una vera e propria piaga sociale. Le stime governative parlano di circa 1,46 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni in questa condizione. Questa cifra rappresenta circa il 2% della popolazione nella stessa fascia d’età.
In Italia non esiste ancora una stima unica e condivisa, ma diverse ricerche indicano che questa problematica riguarda una quota significativa soprattutto tra gli adolescenti.
Un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulla popolazione scolastica ha rilevato caratteristiche riconducibili all’isolamento sociale estremo nell’1,8% degli studenti delle scuole medie e nell’1,6% degli studenti delle scuole superiori, corrispondenti a oltre 65.000 adolescenti, in gran parte di sesso maschile.
Secondo l’associazione Hikikomori Italia, il numero complessivo è molto più alto e si aggira intorno ai 200.000 casi sul territorio nazionale, poiché molti giovani abbandonano la scuola o non vengono intercettati dalle statistiche ufficiali.
Ma che cosa significa esattamente essere hikikomori?
Il termine giapponese hikikomori è stato coniato e introdotto nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saitō nel suo libro “Hikikomori kyushutsu manyuaru” (Manuale di salvataggio da hikikomori). Saitō utilizzò questa parola — che deriva da hiku (“ritirarsi”) e komoru (“stare dentro”, “isolarsi”) — per dare autonomia diagnostica a una specifica forma di ritiro sociale volontario osservata in molti adolescenti e giovani adulti.
Sebbene la codifica ufficiale sia avvenuta alla fine degli anni ’90, le radici del problema sono più profonde: i primi casi iniziarono a manifestarsi in Giappone già negli anni ‘80, restando inizialmente sommersi o scambiati per semplice pigrizia e ribellione scolastica. Con l’intervento dello psichiatra, il fenomeno è stato infine inquadrato come un confinamento nella propria abitazione o stanza per un periodo superiore ai sei mesi, caratterizzato dal totale rifiuto di attività scolastiche, lavorative e relazioni interpersonali. Nei casi più estremi, la persona limita al minimo persino i contatti con i familiari conviventi, trasformando le mura di casa in uno scudo contro il mondo esterno.
Proprio per questo, l’hikikomori non va inteso come una malattia mentale in senso classico (come la schizofrenia o la depressione maggiore), né come una semplice forma di timidezza. Si tratta, piuttosto, di una strategia di difesa disfunzionale causata da una forte ansia relazionale, che la persona usa per proteggersi dalla paura del fallimento e dalla pressione legata alle aspettative sociali. Questo profondo isolamento ha un’origine multifattoriale, in cui possono convergere traumi come il bullismo, dinamiche familiari complesse ed esperienze di esclusione.
Per approfondire il fenomeno del ritiro sociale, comprenderne le possibili cause e individuare le strategie di intervento più efficaci, ne parliamo con il Dott. Jacopo Grisolaghi, psicologo e psicoterapeuta ufficiale del Centro di Terapia Strategica, professore Università degli Studi eCampus, che ci aiuterà a distinguere l’hikikomori da altre forme di disagio psicologico e a capire come avvicinarsi ai giovani in ritiro sociale, rispettando i loro tempi e aiutando le famiglie a non sentirsi sole.
Poiché l’isolamento dagli altri è un tratto centrale e comune anche ad altre condizioni, sorge spontaneo chiedersi: quali sono i marker clinici e comportamentali che consentono a uno psicologo di capire se un ragazzo è un hikikomori o se soffre invece di autismo ad alto funzionamento o di una grave ansia sociale?
“Il fatto che un ragazzo si isoli è un segnale importante, ma da solo non permette di capire quale sia il problema. Lo stesso comportamento può avere significati molto diversi: ci si può ritirare perché si teme il giudizio degli altri, perché le relazioni risultano difficili da comprendere o particolarmente faticose, oppure perché il mondo esterno è diventato un luogo nel quale ci si sente continuamente inadeguati. Nell’ansia sociale emerge soprattutto la paura di essere giudicati, di fare una brutta figura, di mostrare il proprio disagio. Il ragazzo può desiderare il contatto, ma evitarlo perché lo vive come una prova da superare: “vorrebbe ma non può”, è bloccato dalla paura. L’autismo, invece, è un disturbo del neurosviluppo: emergono in questo quadro difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, nella comprensione delle emozioni altrui e nella gestione delle relazioni. E’ molto frequente la presenza di interessi ristretti, schemi di comportamento rigidi, movimenti stereotipati, oltre a una forte adesione alla routine e una spiccata sensibilità sensoriale. Questi elementi possono essere presenti fin dall’infanzia, anche se diventano più evidenti nell’adolescenza, quando le relazioni si fanno più complesse. Con il termine hikikomori descriviamo invece una condizione di ritiro sociale marcato e prolungato, prevalentemente nell’abitazione, che compromette la partecipazione alla vita scolastica, lavorativa e relazionale. La letteratura su questo tema indica una durata di almeno sei mesi, ma questo non significa che si debba aspettare sei mesi prima di intervenire. Inoltre, per rendere ancora più complessa la questione, hikikomori, autismo e ansia sociale possono coesistere: una diagnosi, seppur valida, non risolve da sé il problema. Dal punto di vista operativo, è fondamentale capire che cosa mantiene in vita il problema. Se evitare una situazione produce un momentaneo sollievo, il ragazzo può essere portato a evitarla ancora. Progressivamente, ciò che inizialmente lo proteggeva può restringere sempre di più la sua vita. Questo meccanismo patogeno, che potremmo definire una tentata soluzione fallimentare, va interrotto e sostituito con uno sano”.
Quando un giovane decide di ritirarsi completamente dal mondo, l’intero nucleo familiare si ritrova sospeso in una situazione di profonda sofferenza e impotenza. Alla luce di questa complessa realtà, ci si chiede quanto influiscano i genitori iperprotettivi sull’isolamento del figlio, e come possa un terapeuta aiutare la famiglia se il ragazzo rifiuta categoricamente qualsiasi percorso di cura.
“I genitori iperprotettivi possono contribuire al mantenimento del ritiro, ma sarebbe sbagliato considerarli automaticamente la causa. Spesso la loro protezione nasce dalla paura e dal desiderio di alleviare una sofferenza che vedono senza sapere come affrontarla. È una dinamica reciproca: il figlio si ritira, i genitori aumentano l’aiuto e, in alcuni casi, quell’aiuto finisce per ridurre ulteriormente le occasioni nelle quali il ragazzo potrebbe sperimentare autonomia. Lo stile educativo genitoriale è infatti uno degli aspetti principali da approfondire nella definizione del problema. Nella prospettiva strategica anche lo stile educativo iperprotettivo può essere considerato una tentata soluzione fallimentare: comportamenti messi in atto con le migliori intenzioni che, ripetuti rigidamente, possono alimentare il problema. Sostituirsi continuamente al figlio, rassicurarlo su ogni difficoltà o sollecitarlo ogni giorno a uscire possono diventare parte di un circuito che lo blocca ancora di più. La terapia aiuta a riconoscere queste sequenze e a modificarle senza colpevolizzare nessuno. Quando il ragazzo rifiuta categoricamente di essere aiutato, fatto non raro, possiamo percorrere un percorso alternativo: la terapia indiretta, che consiste nell’aiutare i genitori ad aiutare il figlio ad uscire dalla prigione che hanno costruito. Questo non significa togliere improvvisamente ogni protezione o abbandonare il ragazzo a se stesso: i cambiamenti devono essere strategicamente pianificati, concordati e guidati”.
Troppo spesso il fenomeno del ritiro sociale viene affrontato attraverso la retorica dei luoghi comuni, alimentando il pregiudizio che la tecnologia sia l’unico nemico. Per superare queste visioni distorte, è fondamentale farsi una domanda più profonda: “I computer e i videogiochi sono solo una trappola che peggiora l’isolamento dell’hikikomori, o possono diventare un punto di partenza utile per farlo comunicare di nuovo con il mondo?”
“Computer e videogiochi possono diventare un rifugio che mantiene l’isolamento, sebbene al contempo, se usati correttamente, rappresentano uno spazio nel quale sopravvivono interessi e relazioni. Più che chiederci “quanto tempo passi al pc?”, dovremmo chiederci “che cosa ti spinge a passarci questo tempo?” . E’ evidente che se il ragazzo passa quasi tutta la giornata davanti allo schermo, rinunciando progressivamente al sonno regolare, alla cura di sé e a qualsiasi altra attività, quell’uso va certamente in una direzione patologica. È lo stesso criterio che possiamo applicare ad altre tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale: capire come lo strumento entra nel modo in cui la persona affronta le proprie difficoltà. Il digitale diventa problematico quando sostiene una rinuncia sempre più estesa all’esperienza; può essere utile quando permette di mantenere un contatto e costruire nuove possibilità. La tecnologia, in altre parole, è un mezzo e tale deve rimanere. Nel momento in cui il mezzo, diventa un fine, possiamo iniziare a preoccuparci. Per questo vietare bruscamente il computer può essere controproducente, soprattutto se rappresenta uno dei pochi canali di comunicazione ancora disponibili. Nel lavoro terapeutico partiamo dagli interessi del ragazzo per costruire fiducia e concordare piccoli passi. L’obiettivo è che la sua vita torni ad ampliarsi e che lo schermo diventi una delle sue possibilità, senza assorbirle tutte”.
Il “Panathlon International”, associazione benemerita riconosciuta dal CIO e dal CONI che promuove i valori universali dello sport, attualmente guidata dal presidente Giorgio Chinellato, ha stretto un’importante collaborazione strategica con l’associazione “Hikikomori Italia ETS” per portare il tema del ritiro sociale volontario all’attenzione del Parlamento Europeo. Il focus del progetto è chiaro: lo sport non sostituisce la terapia psicologica, ma agisce come un potente strumento educativo e di prevenzione sociale.
In questo scenario, sorge spontaneo un interrogativo fondamentale: Lo sport e l’attività fisica possono aiutare concretamente un ragazzo in isolamento?
“Lo sport e l’attività fisica possono aiutare, purché siano proposti in modo compatibile con la condizione del ragazzo. La ricerca documenta benefici dell’attività fisica sui sintomi depressivi nei giovani, ma questo non significa che lo sport sia una terapia specifica per l’hikikomori. Ad ogni modo, è indubbio che lo sport rappresenti una componente importante, all’interno di un percorso più ampio, con un alto valore educativo, relazionale e di sostegno al benessere psicofisico. Un primo passo? Trovare un’esperienza fuori dalla stanza che il ragazzo senta possibile e desideri ripetere. Quella piccola esperienza può essere una vera e propria esperienza emozionale correttiva e diventare il punto da cui costruire, insieme, i passi successivi, attraverso lo sviluppo graduale delle abilità sociali, favorendo connessioni reali e non virtuali”.
Il vero cambiamento quindi non si misura quindi dalla grandezza del passo, ma dalla direzione del cammino. Per un ragazzo in isolamento, qualsiasi esperienza capace di riaccendere una connessione con la realtà, anche la più piccola, rappresenta una vittoria fondamentale. Gli esperti puntano proprio su questi frammenti di quotidianità ritrovata: spazi protetti, fatti di accoglienza e liberi da ogni aspettativa. È solo rispettando i tempi di ciascuno che si può ricostruire, un passo alla volta, un percorso fatto di inclusione, relazioni vere e benessere psicofisico.
LETTERA APERTA A SIENA: UN SALUTO SENZA RIMPIANTI, MA CON LA SCHIENA DRITTA
di Massimo Vita
Ci sono momenti nella vita nei quali bisogna fermarsi, guardarsi indietro e avere il coraggio di dire che una stagione è finita.
Credo che per me sia arrivato uno di questi momenti.
Sto per lasciare Siena, una città che per tanti anni è stata la mia casa, il luogo nel quale ho vissuto, lavorato, discusso, combattuto, costruito relazioni, stretto amicizie e, qualche volta, conosciuto anche delusioni.
Non voglio salutare Siena con malinconia.
Non sono mai stato particolarmente bravo nei saluti e, soprattutto, non ho mai amato trasformare le mie scelte in drammi personali.
Preferisco guardare avanti.
Ma prima di farlo sento il bisogno di rivolgere qualche parola a questa città, agli amici che mi hanno accompagnato, alle persone con le quali ho condiviso esperienze importanti, ai rappresentanti delle istituzioni e della politica e, inevitabilmente, all*Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, che ha rappresentato una parte significativa della mia vita.
A Siena lascio una parte importante di me.
E Siena, nel bene e nel male, ha lasciato qualcosa dentro di me.
Ho conosciuto persone straordinarie, uomini e donne con i quali ho condiviso battaglie, idee, speranze e progetti.
Ho conosciuto anche incomprensioni, conflitti e scelte che non ho condiviso.
Ma tutto questo appartiene alla vita.
E la vita, se la si vuole vivere davvero, non può essere fatta soltanto di applausi.
Agli amici.
Agli amici voglio dire semplicemente grazie.
Grazie a chi mi è stato vicino nei momenti belli e in quelli difficili.
Grazie a chi ha saputo ascoltarmi anche quando ero scomodo.
Perché so di esserlo stato.
Grazie anche a chi non ha avuto voglia o coraggio di sostenermi quando i vertici mi escludevano dall’associazione in modo strumentale.
Non ho mai avuto la vocazione del quieto vivere quando pensavo che ci fosse qualcosa da difendere.
Ho sempre creduto che l’amicizia non significhi necessariamente pensarla allo stesso modo.
Significa, piuttosto, poter discutere, anche duramente, senza perdere il rispetto per l’altra persona.
A chi continuerà a cercarmi, a telefonarmi, a scrivermi o semplicemente a pensarmi, dico che la distanza non cancella le amicizie vere.
Alla politica e alle istituzioni senesi.
Anche alla politica senese voglio rivolgere un saluto.
Ho sempre cercato il confronto con la politica perché continuo a pensare che la politica, quando è esercitata con serietà, sia uno degli strumenti più importanti attraverso i quali una comunità può migliorare.
Ma proprio perché credo nella politica, non ho mai pensato che essa debba essere soltanto consenso, appartenenza o ricerca del consenso.
La politica deve saper ascoltare anche chi critica.
Deve saper guardare anche alle persone che non hanno voce.
Deve avere il coraggio di occuparsi delle periferie, delle fragilità, della disabilità, della cultura, dell’accessibilità e di tutte quelle realtà che troppo spesso vengono ricordate soltanto quando arriva il momento di pronunciare qualche bella parola.
A Siena ho incontrato donne e uomini delle istituzioni con i quali ho avuto rapporti di stima e collaborazione.
Ad altri ho rivolto critiche.
Non rinnego né le une né le altre.
Perché il rispetto per le istituzioni non può significare rinunciare alla libertà di critica.
E poi c’è l’UICI.
Ed è qui che il mio saluto diventa inevitabilmente più difficile.
L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ha rappresentato una parte importante della mia vita.
Non posso dimenticare gli anni trascorsi nella sezione di Siena, le persone incontrate, le battaglie combattute e soprattutto il lavoro fatto quando, nel 2006, insieme ad altri, cercammo di far rinascere una sezione che usciva da una fase di commissariamento.
Fu un’esperienza importante.
Ci credemmo.
Lavorammo.
Discutemmo.
Qualche volta litigammo.
Ma soprattutto provammo a costruire.
E proprio perché ho creduto profondamente in questa Associazione , oggi sento il dovere di dire con chiarezza che non ho condiviso alcune delle scelte che negli ultimi anni sono state compiute nei miei confronti.
Non lo dico per rancore.
Non lo dico per chiedere restituzioni o rivincite.
E soprattutto non lo dico per riaprire vecchie polemiche.
Lo dico perché ritengo che una grande associazione come l’UICI debba avere la capacità di interrogarsi anche sulle proprie decisioni e sui propri errori.
Quando un’associazione nasce per difendere i diritti delle persone cieche e ipovedenti, non può avere paura del dissenso.
Anzi, dovrebbe considerarlo una ricchezza.
L’associazionismo non può trasformarsi in appartenenza acritica.
Non credo che chi dissente sia necessariamente un nemico.
Non credo che chi pone domande debba essere isolato.
Non credo che le differenze di opinione debbano diventare fratture personali.
E non credo neppure che una persona debba essere giudicata soltanto sulla base della sua maggiore o minore disponibilità ad adeguarsi alle decisioni di chi, in quel momento, esercita responsabilità.
Io ho sempre cercato di essere me stesso.
Con i miei pregi e i miei difetti.
Con le mie idee.
Con le mie battaglie.
Con i miei errori.
E continuerò a farlo.
Non porto rancore.
Nonostante tutto, non parto da Siena portando con me il rancore.
Il rancore è un peso inutile.
E io, andando verso una nuova fase della mia vita, preferisco portare con me le persone, le esperienze e le cose belle.
Le discussioni appartengono al passato.
Le lezioni che ho imparato appartengono al futuro.
E forse questa è la cosa più importante.
Non rinnego quello che ho fatto.
Non rinnego le battaglie nelle quali ho creduto e continuo a credere.
Non rinnego le critiche che ho espresso.
E non rinnego nemmeno gli errori che certamente ho commesso.
Ma non rinnego nemmeno me stesso.
Siena rimarrà nella mia storia.
Siena rimarrà comunque nella mia storia.
Rimarranno le strade, le piazze, le persone, le discussioni, le riunioni, le amicizie, le iniziative, le sconfitte e le piccole vittorie.
Rimarrà soprattutto la consapevolezza di avere cercato, nel mio piccolo, di essere una persona utile.
È questo il criterio con il quale vorrei essere ricordato.
Non per le cariche ricoperte.
Non per le appartenenze.
Non per le polemiche.
Ma per quello che ho fatto o cercato di fare.
Essere utile.
A chi non vede.
A chi è fragile.
A chi ha meno voce.
A chi ha bisogno di qualcuno disposto ad ascoltare.
È stato questo il filo che ha attraversato gran parte della mia vita e continuerà ad accompagnarmi anche lontano da Siena.
Perciò non dico addio.
Dico semplicemente arrivederci.
Perché la vita non finisce quando cambia una città.
Comincia, forse, un’altra pagina.
E io ho ancora qualche pagina da scrivere.
Parto con la serenità di chi sa di avere dato quello che poteva dare.
Conservo gli amici.
Conservo i ricordi.
Conservo le battaglie.
E lascio alle spalle ciò che non voglio più portare con me.
A Siena, agli amici, alle istituzioni, alla politica e anche all’UICI dico dunque:
grazie per quello che è stato.
Per ciò che verrà, continuerò a fare quello che ho sempre fatto:
pensare, discutere, criticare quando sarà necessario e, soprattutto, cercare di non smettere mai di credere che le cose possano essere cambiate.
Perché cambiare città non significa cambiare idee.
E, soprattutto, non significa cambiare me stesso.
Potrete continuare a seguirmi tramite il mio sito:
www.massimovita.it
o tramite la mia radio web e il relativo sito:
www.radiorisorse.it
Allora dico con una parola:
Ciao!
SONARPAD E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: DUE ALLEATI PER CHI NON VEDE
di Piero Spinelli
Chi è cieco o ipovedente sa bene quanta fatica può costare un gesto che per gli altri è scontato: leggere il giornale, ascoltare un libro, sapere che tempo farà domani. Oggi la tecnologia ci viene incontro come mai prima, e voglio raccontare due strumenti che uso ogni giorno: un’applicazione pensata proprio per noi e l’intelligenza artificiale.
Che cos’è Sonarpad
Sonarpad è sviluppata da Ambrogio Riili, ed è stata pensata fin dall’inizio per i ciechi e gli ipovedenti, con un’interfaccia progettata per l’accessibilità, l’uso della tastiera e gli screen reader. Funziona con i lettori di schermo che molti di noi già conoscono: NVDA e JAWS su Windows, VoiceOver su Mac e iPhone, TalkBack su Android. Chi l’ha provata sull’iPhone nota che tutti i pulsanti hanno un nome chiaro e che ci si muove con facilità.
Che cosa si può fare con Sonarpad
Sonarpad è una specie di coltellino svizzero che riunisce in un solo posto molte cose che altrimenti richiederebbero tante applicazioni diverse:
- Leggere documenti e libri: apre testi, PDF, file Word, EPUB, pagine web e fogli di calcolo, e li legge ad alta voce con la sintesi vocale. I documenti si possono anche modificare e riesportare in diversi formati.
- Creare audiolibri: trasforma un testo in un file MP3 da ascoltare quando si vuole.
- Notizie: si seguono i siti di informazione preferiti tramite i feed RSS, e si possono importare ed esportare gli elenchi delle fonti.
- Podcast: si cercano, ci si iscrive e si ascoltano gli episodi, anche divisi per capitoli.
- Radio: le stazioni si scelgono per lingua, paese e genere, e si possono anche registrare.
- Video: con la sezione SonarTube si accede a video e canali di YouTube, con le trascrizioni del parlato.
- Film: si possono cercare informazioni sui film e ascoltarne il trailer.
- Archivio: dà accesso ai contenuti dell’Internet Archive.
- Segnalibri automatici: quando si riprende un libro o un audio, si riparte dal punto in cui ci si era fermati.
- Strumenti audio: si possono tagliare file audio e video e regolarne il volume.
- Vita quotidiana: ricerca di percorsi stradali, previsioni del tempo con l’indice di qualità dell’aria, calendario con festività e promemoria, e un convertitore di file.
- Trascrizione: sul computer Windows può trascrivere in testo il contenuto di un file audio.
Non solo per chi non vede
Le funzioni più semplici, come ascoltare le notizie, la radio o un podcast, o controllare il meteo, possono essere usate da chiunque, senza nessuna difficoltà. È un buon segno: uno strumento nato per l’accessibilità finisce per essere comodo per tutti, e può essere un’occasione per usarlo insieme a familiari e amici.
Come scaricarla
Sonarpad esiste per Windows, Mac, Android, iPhone e iPad.
- Su iPhone e iPad: si apre l’App Store, si cerca «Sonarpad» e si installa. È gratuita.
- Su computer Windows (e anche su Mac): si va sul sito sonarpad.com, si apre la pagina dei download e si scarica la versione per il proprio sistema. La versione Windows è stata la prima a nascere ed è la più completa.
L’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni
Accanto a Sonarpad c’è un altro strumento che ha cambiato le mie giornate: l’intelligenza artificiale. Io la uso ogni giorno attraverso la dettatura vocale e VoiceOver. Le racconto quello che voglio scrivere, e lei mi aiuta a cercare le notizie, a mettere in ordine le idee, a correggere gli errori della dettatura e a preparare gli articoli, compreso questo. Quello che prima mi costava giorni di ricerche, oggi si fa in poco tempo.
Ma non serve essere scrittori per trarne vantaggio. Con l’intelligenza artificiale si può farsi riassumere una lettera o una bolletta, chiedere spiegazioni su un documento, preparare un messaggio, farsi leggere e spiegare un testo difficile, oppure semplicemente fare domande e ricevere risposte in linguaggio normale, a voce. Esistono anche applicazioni che, con la fotocamera del telefono, descrivono ciò che si ha davanti.
Un consiglio, però, nato dalla mia esperienza: l’intelligenza artificiale è un aiuto prezioso, ma non è infallibile. Anche lei può capire male o sbagliare, perciò conviene sempre rileggere, chiedere conferma e tenere per sé l’ultima parola. Usata così, con un po’ di pazienza e di curiosità, diventa davvero un paio di occhi in più.
A SCUOLA
di Massimo Vita
Gli annunci urlati della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono entrati dentro di me come la lama di un coltello nel burro.
Mi sono sentito, come persona con disabilità, escluso ancora una volta.
Sì, perché oggi si parla di limitare il numero degli studenti stranieri in una classe; magari domani si limiteranno i neri, poi gli iraniani, i moldavi o i figli di altre comunità. E domani, magari, toccherà ai disabili, che potrebbero tornare a essere rinchiusi in classi differenziali, di triste memoria.
Non voglio credere che questo possa accadere, anche perché la scuola italiana ha costruito, nel corso dei decenni, uno dei sistemi di inclusione scolastica più importanti d’Europa.
La Costituzione, all’articolo 3, stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, mentre l’articolo 34 afferma che *”la scuola è aperta a tutti”*. L’articolo 38, inoltre, tutela il diritto all’educazione delle persone con disabilità.
Sono principi che non possono essere considerati semplici enunciazioni teoriche.
Una scuola che include.
Mi chiedo allora: come mai la presidente del Consiglio non pone con la stessa forza il problema delle tante scuole che ancora presentano problemi di sicurezza, delle strutture che necessitano di interventi di manutenzione, delle barriere architettoniche e delle difficoltà che incontrano quotidianamente gli studenti con disabilità?
Qualche giorno fa, proprio a Siena, una finestra è caduta colpendo un’insegnante. In molte scuole, inoltre, ci sono problemi di riscaldamento e studenti e insegnanti sono costretti a trascorrere le lezioni con il cappotto.
Questi sono problemi concreti.
E lo sono ancora di più per chi vive una condizione di disabilità.
La scuola inclusiva non significa semplicemente mettere insieme bambini e ragazzi diversi. Significa creare le condizioni perché ciascuno possa apprendere, partecipare e sviluppare le proprie capacità.
La legge 104 del 1992 ha rappresentato una pietra miliare in questa direzione e il decreto legislativo 66 del 2017 ha ulteriormente rafforzato il principio dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità.
Non possiamo dunque pensare di tornare indietro.
Il problema degli studenti stranieri.
Il problema dell’integrazione degli studenti stranieri esiste e sarebbe sbagliato negarlo.
Esistono scuole e territori nei quali la presenza di alunni con background migratorio è molto elevata. Il problema, però, non si risolve semplicemente spostando gli studenti da una classe all’altra o stabilendo percentuali.
Il Governo ha annunciato l’intenzione di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe e di intervenire anche sull’apprendimento della lingua italiana da parte delle famiglie degli studenti che presentano particolari difficoltà di inserimento.
Ma la domanda fondamentale rimane: come verranno valutate le competenze linguistiche
? Chi le certificherà? Con quali strumenti? E soprattutto, quali risorse saranno messe adisposizione delle scuole?
Una parte della risposta esiste già nella normativa.
Il decreto-legge 71 del 2024, per esempio, ha previsto interventi specifici per le classi nelle quali almeno il 20% degli studenti stranieri iscritti per la prima volta al sistema nazionale di istruzione non possiede le competenze linguistiche di base in italiano, prevedendo anche la possibilità di assegnare docenti dedicati all’insegnamento dell’italiano come seconda lingua.
Dunque, invece di inventare continuamente nuove emergenze, sarebbe forse più utile applicare pienamente gli strumenti già disponibili e finanziarli adeguatamente.
Evitare le classi-ghetto, non creare nuove separazioni.
Sono contrario alle classi-ghetto.
Ma proprio per questo penso che il problema debba essere affrontato attraverso una distribuzione equilibrata degli studenti, un forte potenziamento dell’insegnamento dell’italiano, mediatori linguistici e culturali, insegnanti adeguatamente formati e un rapporto costante tra scuola, famiglia e territorio.
Il principio pedagogico dovrebbe essere quello dell’inclusione e non della separazione.
Anche alcune proposte parlamentari del passato avevano affrontato il problema attraverso percorsi di alfabetizzazione, insegnanti specializzati, piani didattici personalizzati e collaborazione tra scuola, famiglia e istituzioni locali.
Questa mi sembra una strada molto più seria rispetto alla semplice imposizione di una percentuale.
Perché una scuola non può essere una somma di recinti.
La scuola non deve selezionare la società.
Spesso si dice che la scuola debba selezionare la futura classe dirigente.
A mio avviso è una fandonia.
La scuola deve certamente insegnare, valutare, accompagnare alla responsabilità e valorizzare il merito, ma deve prima di tutto offrire a ogni ragazzo la possibilità di sviluppare le proprie capacità.
Maria Montessori aveva compreso con straordinaria lungimiranza che l’educazione deve mettere il bambino al centro del processo educativo, rispettandone tempi, caratteristiche e potenzialità.
La scuola non deve chiedere al bambino di adattarsi a un modello rigido.
È la scuola che deve essere capace di adattarsi alle persone che la frequentano.
Questa concezione è particolarmente importante quando parliamo di disabilità.
L’inclusione non è un favore concesso a qualcuno: è un diritto.
Il rischio di tornare indietro.
Per questo mi preoccupa ogni politica che, invece di rafforzare l’inclusione, introduce nuove categorie e nuove separazioni.
Abbiamo conosciuto le classi differenziali.
Le abbiamo superate proprio perché abbiamo compreso che la separazione non produce automaticamente maggiore qualità educativa.
La legge 517 del 1977 rappresentò una svolta fondamentale nella storia della scuola italiana, aprendo la strada all’integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni.
Quella scelta ha avuto un enorme valore culturale prima ancora che legislativo.
Non dobbiamo dimenticarlo.
Una scuola che guarda al futuro.
La scuola italiana ha certamente molti problemi.
È spesso troppo burocratica. Le famiglie devono sostenere costi crescenti. Le dotazioni tecnologiche sono insufficienti in molte realtà. Gli insegnanti sono sottoposti a una quantità enorme di adempimenti e non sempre dispongono degli strumenti necessari per svolgere il loro lavoro.
Eppure, nonostante tutto, la scuola italiana continua a svolgere una funzione fondamentale.
Malgrado tanti ministri abbiano cercato, nel corso degli anni, di modificarla profondamente, non sono riusciti a cancellare la sua funzione fondamentale: essere uno spazio nel quale persone diverse imparano a vivere insieme.
Questa è la vera ricchezza della scuola.
E gli stranieri?
Se esistono quartieri nei quali la presenza di studenti stranieri è molto elevata, bisogna intervenire.
Ma bisogna farlo con intelligenza.
A Prato, in alcune zone della Lombardia, del Veneto e in altri territori ad alta presenza migratoria, sarebbe necessario rafforzare le risorse scolastiche, aumentare gli insegnanti di italiano, sostenere le famiglie, utilizzare mediatori culturali e costruire una collaborazione più forte con gli enti locali.
Non serve soltanto spostare gli alunni.
Serve investire.
E serve soprattutto evitare che una questione reale venga trasformata nell’ennesimo strumento di propaganda politica.
Il problema non è il burqa.
Se vogliamo discutere dell’uso del burqa o del niqab negli edifici scolastici, discutiamone seriamente, alla luce dei principi costituzionali, della sicurezza, della libertà personale e della necessità di garantire una relazione educativa effettiva.
Ma non facciamo credere agli italiani che questo sia il problema principale della scuola.
Il problema vero è avere una scuola sicura, accessibile, inclusiva, moderna e capace di preparare i ragazzi al mondo che verrà.
Abbiamo bisogno di edifici senza barriere architettoniche, di tecnologie accessibili, di insegnanti di sostegno adeguati, di assistenti all’autonomia e alla comunicazione, di trasporti scolastici accessibili e di una vera continuità educativa.
Abbiamo bisogno di una scuola che non lasci indietro nessuno.
Una provocazione finale.
Se potessi parlare direttamente alla presidente Meloni, le direi di occuparsi anche dei suoi vice e dei suoi alleati, che spesso, per rincorrere posizioni come quelle di Vannacci, sembrano voler trasformare la scuola in un campo di battaglia identitario.
La scuola non ha bisogno di guerre culturali.
Ha bisogno di insegnanti, di educatori, di psicologi, di strumenti, di edifici sicuri e accessibili, di tempo e di risorse.
E soprattutto ha bisogno di una visione.
Una visione che non consideri lo straniero un problema, il disabile un peso o il povero un fallimento individuale.
La scuola deve insegnare ai nostri ragazzi che la diversità non è una minaccia, ma una delle condizioni attraverso cui una società può crescere.
Credo che Maria Montessori potrebbe ancora oggi dare qualche buon consiglio ai nostri governanti.
Peccato che, troppo spesso, sembri prevalere la propaganda sulla pedagogia e la ricerca del consenso sulla costruzione del futuro.
TUTTE LE FUNZIONALITÀ DI APPLE WATCH
di Antonio Garosi
Per anni lo abbiamo messo nella categoria sbagliata. Accanto ai cinturini colorati, ai quadranti di Topolino. Oggi guardi un Apple Watch Series 11 al polso
e capisci che la domanda è un’altra: perché fino a ieri facevamo senza?
Non segna l’ora. Segna come stai.
È da qui che è cambiato tutto. Metti un dito sulla corona, 30 secondi, e hai un elettrocardiogramma che puoi mandare al cardiologo in PDF. Ti vibra se
la frequenza è troppo alta, troppo bassa, se il ritmo è irregolare. Se qualcosa non torna, te lo dice: possibile fibrillazione atriale.
Da quest’anno, con Series 11 e Ultra 3, c’è anche il monitoraggio della pressione. Non ti dà il numerino perfetto come quello da braccio, ma ti segue giorno
e notte e se il trend sale ti avvisa: vai a farti controllare. Stessa cosa per le apnee notturne. Dormi, lui misura ossigeno, respiro, micro-risvegli,
e la mattina ti dice se vale la pena fare una polisonnografia.
Per chi dorme male è diventato brutale. Ti dice quanto hai dormito in REM, quanto in profondo, quanto ti sei girato, quanto si è mossa la temperatura del
tuo polso. E se ti stai ammalando, spesso lo sa prima di te. “La tua temperatura e la tua frequenza a riposo sono cambiate”. Due giorni dopo hai l’influenza.
E per le donne, finalmente un tracciamento che non è un calendario. Temperatura al polso ogni notte, ovulazione stimata, ciclo previsto davvero, non a
spanne.
Poi c’è la parte che non vuoi mai provare ma che quando ti serve vale il prezzo dell’orologio: cadi, fai un incidente in bici, in macchina, resti immobile.
Lui chiama il 112 da solo, manda la posizione a chi vuoi tu.
Il contapassi non esiste più. Oggi apri l’allenamento e lui sa dove sei al metro, anche in centro a Siena tra i palazzi, grazie al GPS a doppia frequenza.
Se corri, ti dice se ti stai allenando troppo o troppo poco.
Ha un nuovo anello, quello del carico di allenamento. Ti dice: stai spingendo troppo questa settimana. Oppure: puoi spingere di più.
Nuoti? Va. Anzi, l’Ultra 3 va sott’acqua a 40 metri, misura la temperatura, diventa computer subacqueo. Corri in pista? Capisce da solo in quale corsia
sei.
E tutto finisce sull’iPhone, bello, ordinato, senza che tu debba fare nulla.
È qui che ti frega. Perché dopo una settimana non tiri più fuori l’iPhone.
Ti chiamano, rispondi dal polso. Sei in bici, detti un messaggio WhatsApp a Siri e Siri, finalmente, capisce l’italiano. Paghi con il polso, apri la macchina
con il polso, apri la porta di casa, la camera d’albergo. Cerchi gli AirPods e lui ti porta da loro con una freccina, al centimetro.
Hai le mani occupate con le buste della spesa? Fai tap con indice e pollice, due volte, e rispondi alla chiamata. Su Ultra c’è un tasto arancione che puoi
programmarti: avvia la corsa, accendi la torcia — che è una torcia vera, da 2000 nits, ci vedi un sentiero di notte.
Se vai all’estero, traduci al volo. Lui parla, tu ascolti.
E quando te lo togli per una sera, ti senti nudo.
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