Periodico di informazione della sezione di Siena – Dicembre 2025
Direttore responsabile: Andrea Sbardellati
Registrazione Tribunale di Siena n. 6 del 29/10/2020.
Con il contributo di: PAMPALONI SRL, concessionaria Renault a Siena
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TESI UNIVERSITARIE, IL PUNTO DI VISTA DI UNA PERSONA CON DISABILITÀ VISIVA
di Gabriel Pappalardo
Se sei uno studente universitario, probabilmente avrai passato intere notti a caccia di bibliografia e di dati. Ti capisco. Ma prima di premere invio sull’ennesimo questionario da sparare nel mucchio, fermati un attimo. Ti parlo da persona disabile e voglio spiegarti perché la tua tesi, pur mossa magari da buone intenzioni, è spesso inopportuna, forviante e profondamente fastidiosa. Succede puntualmente. Almeno una volta alla settimana, e l’arrivo della stagione delle lauree peggiora la situazione, in chat e nei gruppi di supporto spunta l’immancabile richiesta. L’ultima che ho letto, identica a centinaia di altre, suona così: “Ciao! Sto portando avanti una ricerca sul Disability Management nei luoghi di lavoro, per capire come migliorare inclusione e supporto alle persone con disabilità. Se ti va di darmi una mano, puoi compilare questo questionario anonimo (richiede solo 5-10 minuti). Ogni risposta è preziosa.” Ecco. Questo messaggio, apparentemente innocuo e cortese, racchiude in sé tutti i problemi di un approccio alla ricerca accademica sulla disabilità che è stanco, pigro e, in ultima analisi, irrispettoso. Il Campione Falsato e l’Assurdo Questionario: non siamo un serbatoio di dati indistinto. La disabilità visiva non è la disabilità motoria, che non è quella cognitiva. Eppure, veniamo sistematicamente inseriti tutti nello stesso grande calderone, nel tentativo maldestro di creare un campione che risulta, in partenza, falsato. Come puoi trarre conclusioni sensate sul “Disability Management” se mescoli l’esperienza lavorativa di una persona non vedente (che usa tecnologie assistive specifiche) con quella di un lavoratore con una disabilità motoria (che ha bisogno soprattutto di modifiche strutturali)?
La ricerca seria richiede la comprensione delle specificità di ogni condizione. Ma i ricercatori, spesso, scelgono la strada più facile. E poi c’è l’assurdità dei contenuti. L’ultimo questionario che mi ha fatto letteralmente saltare i nervi, riguardava me, disabile visivo, e i “possibili benefici della realtà aumentata per l’acquisto di vestiti”. Davvero? Ti prego, ragiona un attimo: la realtà aumentata è, per sua natura, una tecnologia visiva. Non esistono ancora sistemi standardizzati per descrivere un ambiente in tempo reale, figuriamoci immersi in un visore. È un paradosso, una domanda posta da chi non ha la minima idea di come funzioni la tecnologia assistiva, o di come sia vivere senza la vista. È come chiedere a una persona di compilare un questionario sui benefici del colore blu per chi non distingue i colori. È una domanda inopportuna e superficiale. Noi persone con disabilita visiva, io che sono non vedente, sono una persona normale, siamo persone normali. Non siamo cavie. Capisco la voglia di includere, l’ambizione di creare qualcosa di utile, di innovare. Ma non puoi chiederci di dedicare il nostro tempo, una o più volte a settimana, a correggere i tuoi errori concettuali compilando questionari che molto spesso neanche portano a un vero cambiamento. Se fossero una o due richieste all’anno, potrei anche farci pace. Succede, anche le persone normodotate vengono prese di mira da sondaggi e tesine. Ma quando il volume di questionari da compilare in un anno è così elevato, la collaborazione si trasforma in un disturbo sistematico che mina la nostra pazienza. Il tuo questionario, per quanto “prezioso”, è solo l’ultimo di una lunga serie, e il tempo che spendiamo a compilarli è tempo sottratto alla nostra vita. La Sfida quindi è Non Chiederci, Vivila sulla Tua Pelle. Se vuoi davvero renderti utile, se la tua tesi deve davvero valere qualcosa in termini di inclusione, ti sfido a fare una cosa semplicissima: smetti di chiedere, inizia a vivere. Vuoi progettare una cucina accessibile? Non intervistare chi usa la sedia a rotelle. Siediti sulla sedia a rotelle e prova a cucinare una cena completa. Solo allora capirai dove le altezze, gli spazi e gli angoli vanno davvero migliorati. Vuoi studiare i benefici della realtà aumentata per i disabili visivi? Perfetto. Informati, installa un software di descrizione dello schermo. Metti il visore della realtà aumentata, chiudi gli occhi (o simula la disabilità che stai studiando) e prova a usarlo. Ti assicuro che, se non senti sulla tua pelle l’impossibilità, la confusione e la difficoltà, qualsiasi risposta riceverai da noi sarà inutile, perché non avrai le basi per comprenderla veramente. La vera ricerca, quella etica e di valore, nasce dall’immedesimazione, non dall’intervista passiva. La differenza tra l’innovazione inutile e quella che cambia la vita sta nel comprendere la quotidianità che cerchi di migliorare. Siamo persone con vite complesse, non dati da elaborare. E se vuoi toccare il nostro mondo, devi sporcarti le mani. Ti aspetto, spero che la prossima volta, invece di un questionario, mi chiederai ad esempio consiglio su come installare uno screen reader. Solo così sapremo che hai iniziato a capire.
BLANCA, SIMILITUDINI E DISTANZA FRA REALTA’ E FICTION
di Antonio Garosi e Elena Ferroni
È recentemente stata trasmessa in tv la fiction intitolata Blanca, che ha come protagonista una consulente non vedente che lavora in un commissariato di polizia a Genova, una serie giunta alla sua terza stagione e tratta dai libri della scrittrice Patrizia Rinaldi, originariamente ambientata a Napoli. Come persone non vedenti, ci fa piacere riflettere sui contenuti e sulle ricadute di questa serie. E’ indubbiamente utile ed importante che la disabilità non sia nascosta, addirittura in questo caso venga portata sulla scena di una serie e declinata in tante sue sfaccettature. Quali sono i vantaggi? Bene che si sappia che una persona non vedente non è un pacco che si muove nel mondo solo agganciato a qualcun’altro che lo assiste, che ha delle alternative di autonomia nel movimento, come l’utilizzo del bastone bianco o l’affiancamento con un cane guida per ciechi opportunamente addestrato. E’ ottimo che si trasmetta l’immagine di una persona non vedente che, come Blanca, vive da sola ed ha un lavoro con il quale contribuisce al bene della comunità ed al suo mantenimento, non che una vita sociale attiva e piacevole. Una persona cieca, come Blanca, può accogliere un adolescente in affidamento e può essere madre di un figlio proprio. Inoltre, verissimo che grazie a software di lettura dello schermo e sintesi vocale, sono utilizzati in autonomia smartphone e computer per comunicare e lavorare. Vediamo ora quali sono tuttavia i limiti, evidenziati nella serie, da non trascurare? Non è possibile che un navigatore satellitare, ne qualsiasi altra applicazione, conduca la persona cieca precisamente al millimetro alla porta di ingresso del posto in cui deve recarsi. Un ulteriore elemento di forte distanza dalla realtà è il fatto che viene mostrato che Blanca durante i momenti in cui piove percepisca meglio i rumori e le caratteristiche dell’ambiente circostante. Nella nostra esperienza di persone cieche che escono anche quando piove per andare al lavoro o per le commissioni quotidiane, vi assicuriamo che la pioggia è un notevole ostacolo: il rumore che fa, seppur bellissimo, è una fonte di inquinamento acustico che offusca le nostre capacità di ascolto dell’ambiente e ci chiede di essere molto più prudenti e lenti nel movimento. Per non parlare della difficoltà di andare in giro con l’ombrello e non urtare ed essere presi mentre si cammina dagli ombrelli degli altri pedoni, se si mette poi un cappuccio di un impermeabile, addio orecchie, non si sente più nulla. Rispetto al cane guida per ciechi, la forma della pettorina e la razza dei due cani mostrati, non è fedele alla realtà di allenamento ed impiego di questi animali, sia in Italia che all’estero. In più non è per niente educativo far vedere che cani guida per ciechi salgono su letti e divani, sia a casa, sia nel posto di lavoro, perché non deve essere così. Per farti capire: Cane Tre è un Border Collie e Linneo è un bulldog americano invece le razze che più sono utilizzate come cani guida sono principalmente tre: il Labrador Retriever, il Golden Retriever e più raramente il Pastore Tedesco. Occorre perciò distinguere le razze adatte al ruolo di guida da quelle ugualmente molto belle e meritevoli per il loro lavoro di… chiamiamoli così: cani attori. Altra scena che si vede spesso negli episodi di Blanca è il fatto che la protagonista si collega con
un’amica in videochiamata e questa le dice i colori dei vestiti da mettere, nella realtà è molto più pratico imparare quali vestiti si possiedono e come meglio abbinarli, utilizzare delle applicazioni per smartphone appositamente create, oppure, ancor meglio farseli sistemare accoppiati dalla signora che aiuta per le pulizie. Pensa ad esempio se nella realtà la mattina quando stai per vestirti poco
prima di uscire, chiami un’amica per farti aiutare e lei per un qualunque motivo è impossibilitata a risponderti, ecco! Proprio per questo diciamo che è più funzionale utilizzare le soluzioni proposte sopra. Spesso Blanca infine, effettua degli attraversamenti stradali molto pericolosi, con automobili che inchiodano a pochi centimetri da lei; anche questo una persona non vedente non lo fa, a meno che commetta un errore di ascolto: quando incontri una persona cieca che si muove con un bastone bianco o insieme ad un cane guida, devi sapere che dietro c’è stato un lavoro di grande apprendimento ed attenzione all’ambiente circostante, veri e propri corsi di formazione per arrivare a muoversi ed orientarsi in sicurezza, fatti con istruttori qualificati, che richiedono fatica ed impegno
all’allievo con disabilità visiva, per non parlare poi del tuo amico a quattro zampe che difficilmente ti permetterebbe di attraversare quando sopraggiunge un automobile. Altra cosa che un cane guida solitamente non fa è quella, come si vede in alcune scene, di avere atteggiamenti aggressivi verso una persona o un altro animale, loro sono abituati a non essere bellicosi quando hanno addosso la
pettorina da lavoro ed a preoccuparsi prioritariamente di far camminare in sicurezza colei o colui che accompagnano. Ogni mattina in cui la persona cieca o ipovedente esce da casa, scegliendo di camminare nel mondo insieme ad un cane guida oppure con un bastone bianco, deve portare con sé concentrazione e prudenza, il resto è soltanto finzione funzionale ad una sceneggiatura di impatto, per colpire gli spettatori. Siamo dunque grati alla figura di Blanca, ai registi ed agli sceneggiatori che l’hanno pensata, per aver portato in scena una giovane donna non vedente tenace ed energica, perché questo ha focalizzato l’attenzione sulle caratteristiche della disabilità sensoriale visiva, come spesso soltanto una serie tv o un film permettono di fare. Ci faceva piacere nel contempo mettere in luce alcuni aspetti, che si discostano non poco dalla vita quotidiana di persone ipovedenti e non vedenti, dato che ne facciamo esperienza tutti i giorni sulla nostra pelle.
LA PAURA
di Sara Barabaschi
Di recente mi è capitato di partecipare ad un ciclo di incontri tra genitori di bambini e ragazzi ipo e non vedenti, insieme a personale del Centro Riabilitazione Visiva di Firenze. Non è la prima volta e anche nel gruppo Albini in Italia spesso ci si trova a confrontarci sulla genitorialità che viviamo. Quello che mi preoccupa – e che mi spinge a partecipare il più possibile a questi confronti – è la paura della quasi totalità dei genitori verso le difficoltà che i figli potrebbero incontrare e il loro affannarsi per cercare di evitare tali difficoltà presunte. Non ho gli strumenti per fare analisi psicologiche, ma posso serenamente analizzare i fatti, grazie ai miei 17 anni di esperienza di madre con figlia ipovedente. L’ho cresciuta “alla tedesca” e nella convinzione che più strumenti ha, più sarà pronta ad affrontare il mondo dei “grandi”. Spero senza farle mancare il giusto supporto. Per questo cerco di portare la nostra esperienza agli altri, per raccontare un vissuto diverso da quello che troppo spesso sento. Genitori di bambini piccolissimi che si arrovellano su dove trovare lo psicomotricista migliore, l’insegnante di sostegno, l’assistente alla comunicazione, come affrontare tra qualche anno la scelta dello sport più adatto o anche come parlare a loro della condizione di disabili visivi. Le intenzioni sono senz’altro le migliori del mondo, ma tralasciano due questioni fondamentali; la prima è che ogni figlio è un individuo nella sua interezza e non la propria disabilità. Quindi sarebbe opportuno cercare di approcciarsi in maniera più serena. La seconda questione è che tenere un figlio sotto la campana di vetro comporterà elevate probabilità di farne un adulto inetto, che non ha potuto sperimentare il piacere di provare a fare da solo ed a conoscere veramente le proprie caratteristiche. Soprattutto, un bambino che non conosce la frustrazione (perché il genitore tenta di evitargliela in ogni occasione), non ha la possibilità di crescere in maniera veramente consapevole. E poi dobbiamo tenere conto del fatto che già dai 3 anni (se non prima) un essere umano è in grado di comprendere la realtà, sentire cosa prova e quindi anche cosa gli piace. Certo, mancano gli strumenti della conoscenza, ma proprio qui sta il nostro ruolo: fornire spiegazioni, informazioni, strumenti insomma, per accrescere le competenze innate e quindi lasciar sperimentare, anche le emozioni “scomode”. Diamo fiducia, dimostriamola. Come gli adulti – o forse più di molti adulti, perché senza sovrastrutture – i nostri figli percepiscono quello che non gli diciamo attraverso i nostri sguardi, i nostri sospiri, la fronte aggrottata e ogni gesto che vuole sostituirsi ai loro. E’ un discorso universale, ma forse ancor più valido se riguarda chi parte con una difficoltà in più, proprio per prepararlo – o provarci almeno – al futuro nel mondo. Ogni volta che scegliamo per un figlio, che decidiamo noi cosa è meglio, gli stiamo togliendo un po’ di forza. Dovremmo cercare di fare i conti con noi stessi ed essere più aperti, anche per cambiare quell’immaginario di fragilità che spesso i nostri ragazzi incarnano agli occhi degli altri, che non conoscono la loro disabilità e non sono educati all’inclusione; quindi, noi per primi dobbiamo rielaborare il nostro pensiero al riguardo, affinché domani, una moltitudine di persone con disabilità, indipendenza e forza, possa cambiare il pensiero comune con l’esempio. Comprendo che a parole è semplice rivoluzionare la propria forma mentis, ma lo dobbiamo al benessere dei nostri figli. Impariamo – anche con supporti esterni, se da soli non riusciamo – ad abbandonare le paure preventive e le ansie e trasformarle in crescita.
MATTEO PANARIELLO, IL CAMPIONE CHE VEDE LONTANO: STORIA DI UN ARCIERE NON
VEDENTE CHE HA CAMBIATO IL TIRO CON L’ARCO ITALIANO
di Enza Pipitone
In un campo silenzioso, dove l’unico rumore è il fruscio della corda che vibra, un arciere non vede il bersaglio. Lo immagina. Lo sente. Lo interpreta attraverso una serie di segnali che agli altri sfuggono. Quel tiratore si chiama Matteo Panariello, ed è oggi una delle figure più straordinarie del tiro con l’arco paralimpico internazionale. Livornese, classe 1988, Matteo si avvicina al tiro con l’arco grazie alla Compagnia Arcieri Livornesi “Dino Sani”, una delle realtà più attive nella promozione del para-archery in Italia. “Ho iniziato alla fine del 2013, facendo delle prove, degli esperimenti. Allora non avevo il mirino tattile, né le strumentazioni di cui mi avvalgo oggi e il mio allenatore, Paolo Del Nista, aveva avuto diverse esperienze con atleti disabili, ma non con atleti non vedenti. La cosa più bella – prosegue Panariello – è che fin da subito ci siamo parlati con molta franchezza:
io gli ho detto che non avevo mai tirato con l’arco e lui mi disse che non aveva mai insegnato a un non vedente, quindi era una prima volta per entrambi. Una premessa per crescere insieme. In effetti è stata questa l’arma vincente, cioè, nessuno dei due ha mai avuto paura di ammettere le proprie difficoltà nel recepire o nel comunicare un determinato messaggio”. Sin dall’inizio era evidente che Matteo avesse qualcosa di speciale: un istinto naturale, una concentrazione feroce e una sorprendente capacità di ascoltare il proprio corpo per compensare l’assenza della vista. “Sì, anche se per me era tutto un gioco, e in parte lo è ancora, perché comunque non ho un contratto sportivo. Per me il tiro con l’arco rimane un hobby, un passatempo nel quale mi impegno, ma che non posso considerare un lavoro. È chiaro però che questo sport richiede impegno e collaborazione. Una persona che non vede non può andare al campo, mettere il mirino tattile a terra e tirare. Questo no. Ha bisogno di supporto anche solo per gli spostamenti”. Dopo anni di titoli italiani, il 2023 è l’anno della consacrazione: Matteo vola a Pilsen, nella Repubblica Ceca, per i Campionati Mondiali Para-Archery. È lì che compie l’impresa: conquista il titolo mondiale nella categoria Visually Impaired 1, superando avversari esperti e mantenendo una calma glaciale nei momenti decisivi. Si impone in ogni gara fino alla finale che lo incorona campione del mondo. Nel 2024 e 2025 continua a vincere titoli italiani, confermando il suo ruolo di colonna del movimento para-archery italiano. “Ci sono a livello nazionale altre persone che praticano il tiro con l’arco sia per non vedenti che anche come ipovedenti, quindi il movimento c’è, sta crescendo, piano piano, ovviamente. Anche a livello internazionale i numeri sono buoni e la speranza è che si possa crescere in modo da sperare un giorno di essere inclusi nelle Paralimpiadi. Recentemente – prosegue l’atleta – ci sono stati contatti fra le varie istituzioni a livello internazionale per valutare ovviamente, forse per il 2032, l’inserimento di questa disciplina nella Paralimpiadi, però la strada è ancora lunga. Bisogna lavorare sui numeri, bisogna lavorare per portare tanta gente dentro il movimento, sia a livello nazionale che a livello internazionale”. Fuori dal campo, Matteo è una persona semplice e diretta. In più di un’occasione hai ammesso che,
oltre alle frecce e ai podi, sogna un lavoro stabile, una quotidianità che spesso è più difficile da raggiungere di una medaglia. “A livello personale, indubbiamente l’auspicio più grande che mi faccio ogni anno – ma che ancora non è arrivato – è quello di riuscire a lavorare, perché attualmente non ho un impiego. Ho il diploma come centralinista, ma non riesco a trovare un lavoro, e quindi l’augurio più grande è sempre quello”. E forse è proprio qui che la storia di Matteo colpisce più di ogni suo bersaglio: nel contrasto tra l’atleta che non vede ma sa mirare come pochi, e l’uomo che lotta per ciò che dovrebbe essere semplice. La sua storia insegna che il vero centro non è il mirino da colpire, ma una direzione da seguire. Con determinazione, con coraggio, e con la capacità di trasformare ogni limite in un nuovo punto di partenza.
DUE CAMPI ESTIVI PER SPIEGARE LE PROPRIE ALI
di Elena Ferroni
Anche quest’anno è stata riproposta l’esperienza ormai consolidata del soggiorno estivo residenziale della durata di otto giorni, che ha coinvolto bambini e ragazzi ipovedenti e non vedenti di età compresa tra 8 e 20 anni. L’Istituto per la Formazione Ricerca e Riabilitazione della Toscana, grazie al prezioso contributo erogato da I.Ri.Fo.R. nazionale e a fondi destinati da Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, Fondazione Monte dei Paschi di Siena con la partecipazione di UICI Siena e Fondazione Marchi, ha potuto realizzare due campi estivi dedicati a ragazzi con disabilità visiva residenti in Toscana. Nel mese di giugno, 16 bambini e adolescenti si sono ritrovati presso il Centro Collinare l’Osservanza a Montalcino. Hanno svolto attività di gioco e movimento nella piscina della struttura, laboratori di musicoterapia e percorsi sensoriali, attività di cucina, scuola di circo ed espressione di sé durante il talent conclusivo. Ogni giorno ci sono state occasioni per sperimentarsi in autonomie essenziali: lavarsi, vestirsi, tagliare cibo, sbucciare, spalmare e versare. Per alcuni è stata la prima volta in cui hanno preso in mano un bastone bianco e hanno scoperto l’emozione di muoversi liberamente, guidati da istruttori specializzati, in contesto protetto. La giornata più emozionante è stata senz’altro quella in cui i partecipanti hanno potuto volare con aerei ultraleggeri, presso l’Avioclub Serristori, provando l’entusiasmo e vincendo la paura che blocca a terra, per far mettere loro le ali ed esplorare ogni possibilità. Durante l’ultima settimana di agosto si è appena concluso il campo residenziale tenuto presso il Residence dell’Istituto per ciechi Francesco Cavazza a Bologna, che ha visto la partecipazione di ben 20 giovani. Molti sono stati i momenti di avvicinamento allo sport, il baseball, lo shodown, l’esperienza in canoa sul lago Brasimone. Il corpo e il movimento sono stati al centro anche nel laboratorio di danza moderna, la manualità e il gusto durante l’attività di cucina per fare e poi mangiare i tortellini. La conoscenza di Bologna è avvenuta tramite la visita di Piazza Maggiore con la sua Fontana del Nettuno, la salita alla basilica di San Luca e l’esplorazione del Museo della Musica. Tante sono state le passeggiate in città, per imparare a muoversi in autonomia con il bastone e con i mezzi pubblici, per raggiungere negozi, locali e gelaterie. I ragazzi hanno inoltre testato un gioco accessibile su smarphone, dando utili suggerimenti in aiuto ad una studentessa laureanda in informatica umanistica. Le due esperienze estive appena raccontate, intitolate “La gabbianella e il gatto”, hanno avuto come filo rosso a sostenere il percorso educativo e lo stare insieme, la nota storia di Luis Sepulveda, nella quale un gatto accompagna la crescita di un gabbiano, fino ad incoraggiarlo a seguire le sue potenzialità e volare. Perché ognuno di noi, nella relazione di cura e di presenza dell’altro, sia coetaneo che adulto che accompagna, scopre se stesso, ogni sua capacità e soltanto così può aprire le ali e spiccare il volo verso un futuro di possibilità e libertà. Queste occasioni sono molto più importanti, per bambini e ragazzi per i quali gli ostacoli quotidiani da affrontare per spiccare il volo sono spesso più ardui da superare e pertanto, i soggiorni estivi costituiscono momenti privilegiati di allenamento a confidare in quelle ali che ci sono sempre. Queste sono le ali che porteranno ogni giovane dove desidera, se riconosciute e rafforzate insieme ad educatori e pari, che anche in estate non lasciano da soli i ragazzi, ma danno vita a contesti ricchi e tifano con determinazione per il loro volo.
Fonte: https://giornale.uici.it/i-ri-fo-r-toscana-due-campi-estivi-per-spiegare-le-proprie-ali/
DISABILITY PRIDE TOSCANA
“UN NUOVO MODO DI VEDERE LA DISABILITA’”
Fonte: https://www.dptoscana.it/
Una rivoluzione culturale:
Nato negli Stati Uniti nei primi anni ’90 per celebrare il Disability Act, il Disability Pride approda in Italia nel 2015 e in pochi anni invade letteralmente tutta la penisola, da nord a sud. Lo scorso anno sono stati organizzati Disability Pride in ben otto tra le più importanti città italiane, ovvero Torino, Genova, Milano, Taranto, Padova, Roma, Bologna e Palermo, portando in strada migliaia di persone con e senza disabilità, nella convinzione che un mondo inclusivo sia l’unica alternativa possibile per un futuro migliore.
I nostri primari obiettivi sono:
· Cambiare la percezione e l’approccio della società verso la disabilità;
· Promuovere l’inclusione delle persone con disabilità;
· Contribuire ad un mondo solidale, sostenibile, giusto, accessibile e inclusivo.Le attività: Diverse sono le attività organizzate dal Disability Pride Network per contrastare la cultura abilista di
cui la società è inconsapevole vittima:
Talk show.
Tali attività hanno fatto sì che il network sia cresciuto di anno in anno, coinvolgendo molte
organizzazioni e singoli individui che vogliono agire concretamente per imporre una svolta
significativa.
I cortei del Disability Pride, che portano nelle strade e nelle piazze di sempre più città italiane i corpi
differenti e le menti divergenti che promuovono questa rivoluzione culturale, sono solo l’aspetto più
evidente di un movimento che non arretrerà fino al raggiungimento di una piena ed effettiva
inclusione di tutte le persone con disabilità.
Vigileremo Sui Nostri Diritti
NESSUNO ESCLUSO:
La nostra missione è quella di mandare un chiaro messaggio alla comunità e alle istituzioni: lotteremo affinché i nostri diritti vengano rispettati e resi esigibili in concreto! Infatti sebbene molte leggi, nazionali e sovranazionali, garantiscano la possibilità alle persone con disabilità di vivere la propria esistenza al pari di ogni altro cittadino, di fatto le innumerevoli barriere architettoniche, sensoriali, culturali, digitali e anche la notevole scarsità di risorse per l’assistenza personale, limitano la fruizione dei più basilari diritti di cittadinanza. Occorre far passare il concetto che le risorse pubbliche per farci vivere in condizioni di eguaglianza e pari libertà con le altre persone vanno aumentate di molto. Altrimenti, il nostro Paese non potrà pretendere di essere definito civile!
DISABILITY PRIDE TOSCANA
CHI SIAMO?
Il Disability Pride Toscana è un grande evento di inclusione, solidarietà e celebrazione delle diversità. Una regione che vuole essere un modello di inclusione e accessibilità dove Città, piazze e comunità unite possono costruire un futuro senza barriere. La versione toscana del movimento Disability Pride, sarà dedicata a promuovere i diritti delle persone con disabilità sul territorio regionale.
Un’opportunità per:
· Promuovere diritti e uguaglianza.
· Combattere ogni tipo di barriera, visibile e invisibile.
· Valorizzare talenti e unicità.
· Rafforzare il dialogo tra persone con disabilità, istituzioni e cittadini.
· Elaborare soluzioni e proposte.
COME PARTECIPARE?
· Collabora con le associazioni del tuo territorio.
· Partecipa agli eventi promossi nella regione.
· Aiutaci a crescere contribuendo con la tua associazione, ente e progetto per creare una rete Regionale di opportunità.
· Segui le iniziative sui social media del Disability Pride Toscana.
INFO:
WWW.DPTOSCANA.IT
INFO@DPTOSCANA.IT
Unisciti al movimento per fare la differenza nella nostra comunità!
Dona il tuo 5×1000 all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS – APS sezione territoriale di Siena il nostro codice fiscale è 80002240523
Non ti costa nulla e con un piccolo gesto puoi aiutarci a fare molto per tanti!!

