Visto! numero 0 novembre 2020

immagine di  copertina periodico di informazione della sezione UICI di Siena - Visto! n°0 novembre 2020

Visto!

Periodico di informazione della sezione di Siena - numero 0 - novembre 2020

Direttore responsabile: Andrea Sbardellati 

Registrazione Tribunale di Siena n. 6 del 29/10/2020.

Con il contributo di: PAMPALONI SRL, concessionaria Renault a Siena

Sezione Cavaliere Attilio Borelli

Viale Cavour, 134 Siena

Telefono 0577 46181

e-mail: uicsi@uiciechi.it

Sito internet: www.uicisiena.org

 

IRIFOR Ricerca, formazione riabilitazione per la disabilità visiva

 

 

L’EDITORIALE

di Andrea Sbardellati

 

L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ha appena festeggiato i cento anni dalla sua fondazione. Un secolo fatto di grandi fatiche e di lavoro che ha portato a dei notevoli passi in avanti per favorire l’integrazione sociale a tutti i ciechi e a tutti gli ipovedenti. In tutti noi c’è però la ferma convinzione che molto ci sarà ancora da fare per proseguire il cammino. Ringrazio l’UICI di Siena e, in maniera particolare, il presidente Massimo Vita, per avermi dato l’incarico di direttore responsabile di <<Visto!>>, per contribuire, dalle pagine di questa pubblicazione, a mettere in luce tutti quegli aspetti che serviranno a compiere ulteriori passi in avanti verso l’integrazione sociale di chi non ha occhi per vedere, ma che potrà avere la consapevolezza di avere vicino chi potrà dare tutto se stesso per poter dare una mano. Un compleanno celebrato in piena emergenza Covid-19 che ha messo a dura prova tutti noi e che richiederà nuovi e pesanti sacrifici nei prossimi mesi. Proprio cento anni fa, quando fu fondata l’Unione Italiana dei Ciechi, il mondo si accingeva ad uscire dalla terribile pandemia generata dall’influenza Spagnola, c’era tanta voglia di ricostruire quanto la Grande Guerra aveva sottratto a tutti quanti sotto il profilo dei diritti umani e delle condizioni di vita. Tra le righe di questa pubblicazione ci sarà spazio per raccontare tutte le testimonianze di coloro che rifiutano decisamente di non restare inermi in un angolo. Un ricordo mio personale va al compianto Enrico “Ghigo” Giannelli, che ha fondato questa pubblicazione e che ci ha lasciato due anni fa. Per me è un onore proseguire questo cammino insieme all’Unione Italiana Ciechi e degli Ipovedenti di Siena.

 

Visto!

La missione è…

di Massimo Vita

Dopo tanto tempo ritorniamo con questo giornalino trimestrale che, tanto ci ha dato nella sua prima versione. Il periodico è nato alcuni anni fa per offrire uno strumento ulteriore ai cittadini, ai nostri associati e agli amministratori pubblici e questa nuova partenza si pone gli stessi obiettivi del passato ma oggi, anche per questo periodico, come per tutti, il compito si presenta arduo. Siamo ancora in stato di emergenza per la pandemia da corona virus e oltre ai problemi sanitari, dobbiamo e dovremo far fronte a quelli sociali. Cercheremo, su questo, come su gli altri argomenti, di tenere uno stile sobrio e soprattutto cercheremo di fornire in formazioni e cronache solo se ben verificate. Anche in questo periodico spazieremo dal cinema alla letteratura, dallo spettacolo allo sport, dalla scuola ai servizi sociali e avremo una rubrica di informazione sanitaria curata dalla redazione e con la collaborazione di diversi professionisti. Il periodico da questo numero zeri poi, sarà diretto dall’amico dottor Andrea Sbardellati a cui va tutta la gratitudine della redazione e dell’associazione. Nel concludere questo mio breve pezzo, voglio soffermarmi su due questioni: per permetterci di garantire lunga vita a questo periodico abbiamo bisogno di sostegni economici e pratici e mi auguro di trovare in chi legge la giusta sensibilità; poi voglio ricordare chi ha contribuito alla nascita di questo periodico in passato: il mai troppo compianto Enrico Giannelli. Enrico sarà sempre presente in questo periodico perché, nei limiti del possibile pubblicheremo i suoi scritti. Auguro a tutti buona lettura.

Lockdown, un modo intelligente, per viaggiare con la mente e col cuore.

di Roberto Mura

Qualche mese fa, in pieno lockdown, una cara amica: Lea Ventura, mi ha invitato a partecipare a una sala conferenze virtuale, ideata e messa a disposizione, generosamente, dalla sezione dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Siena. Collegandosi telefonicamente a un numero di rete fissa e digitando un codice specifico. La sala è attiva tre volte alla settimana: il lunedì, il mercoledì e i venerdì, dalle ore 17 alle ore 18. È possibile partecipare a conversazioni su temi e argomenti tra i più vari, stando semplicemente in ascolto o integrando con la propria conoscenza o con domande, l'argomento trattato di volta in volta. Essendo io, un curiosone nato, ho accolto il suo invito e non sono rimasto deluso. Ecco di seguito, un elenco breve delle conversazioni, alle quali ho partecipato:

1) Storia e documenti del Concilio Vaticano II. Modifiche alla liturgia. Introduzione delle lingue nazionali al posto del latino. Il dialogo interreligioso. L'ecumenismo.

2) Il Cammino di Santiago di Compostela. Pellegrinaggio di circa 850 km, a piedi, verso la tomba dell'apostolo San Giacomo, il maggiore, tra religione, storia, cultura, paesaggi, curiosità, introspezione, ecc..

3)I Borgia. Storia e vicende dei papi Callisto III e Alessandro VI. Il nepotismo. Le vite misteriose e travagliate di Cesare e Lucrezia Borgia.

4)Storia delle pandemie, passate e recenti. La peste nera. Il vaiolo. L'influenza spagnola.

5)Impegno e attività dei laici, nelle parrocchie e nella chiesa in genere. La catechesi, la Caritas, i centri di ascolto, i dormitori, le mense, le visite e l'assistenza spirituale e la comunione a domicilio agli ammalati. Le visite ai carcerati.

6) Il microcredito. Dalle origini alla diffusione nel mondo. Le esperienze italiane.

7) Le Crociate. La storia, i condottieri e i personaggi, cristiani e islamici, che vi hanno combattuto e partecipato.

8) Storia di Marisa Leonzio, la bambina del ponte, un’autentica favola trasformata in realtà.

 9) La via Francigena, da Canterbury a Roma. Come si evince dall'elenco, peraltro incompleto, degli argomenti trattati, il ventaglio dei temi è ampio e vario, adatto a soddisfare ogni gusto e ogni curiosità. Inoltre si ha la possibilità di fare nuove conoscenze e stringere nuove amicizie.

Se ho incuriosito qualcuno che mi sta leggendo, lo invito, caldamente, a provare a partecipare ad uno dei prossimi appuntamenti, sarà una esperienza positiva, per lui e per noi. Grazie per l'attenzione.

 

Pillole di Psicologia Pandemia e distanziamento... Chissà cosa scriverebbe Gianni Rodari?

di Elena Ferroni

In questo anno 2020 abbiamo dovuto imparare il significato di un termine che prima, per molti non avvezzi con l’ambito sanitario, era praticamente sconosciuto: questa parola è pandemia, dal greco “pan” = tutto + “demos” = popolo. Letteralmente, dunque, PANDEMIA si deve tradurre con l’espressione: “qualcosa che colpisce tutto il popolo nel medesimo tempo e nel medesimo luogo”, diversamente da un’epidemia, la pandemia non riguarda solo alcuni, non lascia spazio a nessuno, colpisce proprio tutti gli uomini che abitano questa nostra terra, senza limiti. Un’altra espressione con cui ci siamo abituati ad avere a che fare, dopo l’ingresso di questo virus che ci ha cambiato la vita confinandoci in casa per più di due mesi la scorsa primavera e che torna a farsi avanti in queste settimane, è quella di distanziamento sociale. Già dal IV secolo a.C. il filosofo Aristotele nella sua "Politica" ci parla dell'uomo come animale sociale. E come si può distanziarsi socialmente, se la relazione con familiari ed amici ci fa così bene, anzi di più è necessaria, in un frangente pieno di angoscia come questo? Infatti anche gli specialisti hanno corretto il tiro ed iniziato a parlare di distanziamento fisico, quel metro e quella protezione delle vie respiratorie che è necessaria per prendersi cura degli altri. Non più distanza sociale, perché anche se non ti posso abbracciare e baciare, anche se mi devono bastare i tuoi occhi e la tua voce, a volte attraverso uno schermo, posso essere a fianco, posso condividere la tua strada, gioie e fatiche, quotidianità, posso volere il tuo bene. In questi mesi appena trascorsi poi, oltre alle parole nuove comparse nei nostri scambi orali e scritti, le persone sono andate a posizionarsi in tre categorie: i controllori iperansiosi, i narcisisti negazionisti e gli empatici responsabili. La prima categoria costituita dagli iperansiosi sono coloro che se io o non sia mai chi ho a dieci metri fa uno starnuto è COVID sicuro, sto chiuso in casa che altrimenti gli altri mi attaccano il virus e questa vita fa schifo, si igienizzano le mani ventimila volte al giorno e sono i controllori di tutti coloro che incontrano additando e brontolando contro chi non rispetta le regole. Il secondo gruppo raccoglie gli individui narcisisti, che sanno guardare solo loro stessi come avessero sempre di fronte uno specchio e della vita dell'altro non hanno interesse: la mascherina non la porto perché tanto il virus non c'è, è tutto un complotto, i governanti sono incapaci, ci stanno raccontando solo bugie e togliendo la libertà con un insieme di richieste che non sono ragionevoli e nessuno deve rispettare. La terza ed ultima categoria di persone sono i cittadini responsabili, che sentono di far parte di una comunità umana locale e mondiale in profonda difficoltà per la crisi sanitaria ed economica generata dal virus, che sanno mettersi nei panni dell'altro, questa è l'empatia, del bambino come dell'anziano, del lavoratore come della mamma di famiglia e del giovane studente, che ogni giorno escono dalle mura domestiche indossando la mascherina e rispettando la distanza per avere cura dell'altro, ma riducendola sempre con un sorriso che arriva anche se coperto, una parola di bene, gesti concreti di solidarietà.
Allora in questo 2020 così segnato, vogliamo ora provare a spostare l'attenzione dal contagio del virus e farci curare dalle parole di due meravigliose filastrocche di Gianni Rodari, scrittore nato cento anni fa e presente più che mai attraverso  i suoi racconti ed i suoi versi, che incantano i bambini ed insegnano agli adulti. Rodari infatti ci propone un virus dal cui contagio beneficeremmo tutti, una pandemia per cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità non dovrebbe affrettarsi a proporre nessuna misura restrittiva:

"C'era una volta, là
dalle parti di Chissà,
il paese dei bugiardi.
In quel paese nessuno diceva la verità,
non chiamavano col suo nome nemmeno la cicoria:
la bugia era obbligatoria.
Quando spuntava il sole,
c'era subito uno pronto
a dire: "Che bel tramonto!"
Di sera, se la luna faceva più chiaro di un faro,
si lagnava la gente:
"Ohibò, che notte bruna,
non ci si vede niente".
Se ridevi ti compativano:
"Poveraccio, peccato,
che gli sarà mai capitato di male?"
Se piangevi: "Che tipo originale,
sempre allegro, sempre in festa.
Deve avere i milioni nella testa".
Chiamavano acqua il vino,
seggiola il tavolino
e tutte le parole le rovesciavano per benino.
Fare diverso non era permesso,
ma c'erano tanto abituati
che si capivano lo stesso.
Un giorno in quel paese
capitò un povero ometto
che il codice dei bugiardi
non l'aveva mai letto,
e senza tanti riguardi
se ne andava intorno
chiamando giorno il giorno
e pera la pera,
e non diceva una parola
che non fosse vera.
Dall'oggi al domani
lo fecero pigliare
dall'acchiappacani
e chiudere al manicomio.
"E' matto da legare:
dice sempre la verità".
"Ma no, ma via, ma va'..."
"Parola d'onore:
Ë un caso interessante,
verranno da distante
cinquecento e un professore
per studiargli il cervello..."
La strana malattia
fu descritta in trentatré puntate
sulla "Gazzetta della bugia".
Infine per contentare
la curiosità popolare
l'Uomo-che-diceva-la-verità
fu esposto a pagamento
nel "giardino zoo-illogico"
(anche quel nome avevano rovesciato...)
in una gabbia di cemento armato.
Figurarsi la ressa.
Ma questo non interessa.
Cosa più sbalorditiva,
la malattia si rivelò infettiva,
e un po' alla volta in tutta la città
si diffuse il bacillo della verità.
Dottori, poliziotti, autorità
tentarono il possibile
per frenare l'epidemia.
Macché, niente da fare.
Dal più vecchio al più piccolino
la gente ormai diceva
pane al pane, vino al vino,
bianco al bianco, nero al nero:
liberò il prigioniero,
lo elesse presidente,
e chi non mi crede, non ha capito niente."
(1)

Adesso come seconda pennellata di Gianni Rodari, auspicando che la distanza non smetta di farci sentire fratelli, tanti ed uno, lasciamo ancora posto ai suoi versi:

"Ho conosciuto un bambino che era sette bambini.
Abitava a Roma, si chiamava Paolo e suo padre era un tranviere.
Però abitava anche a Parigi, si chiamava Jean e suo padre lavorava in una fabbrica di automobili.
Però abitava anche a Berlino, e lassù si chiamava Kurt, e suo padre era un professore di violoncello.
Però abitava anche a Mosca, si chiamava Juri, come Gagarin, e suo padre faceva il muratore e studiava matematica.
Però abitava anche a Nuova Vork, si chiamava Jimmy e suo padre aveva un distributore di benzina.
Quanti ne ho detti? Cinque. Ne mancano due:
uno si chiamava Ciù, viveva a Shanghai e suo padre era un pescatore; l’ultimo si chiamava Pablo, viveva a Buenos Aires e suo padre faceva l’imbianchino.
Paolo, lean, Kurt, luri, Jimmy, Ciù e Pablo erano sette, ma erano sempre lo stesso bambino che aveva otto anni, sapeva già leggere e scrivere e andava in bicicletta senza appoggiare le mani sul manubrio.
Paolo era bruno, Jean biondo, e Kurt castano, ma erano lo stesso bambino. Juri aveva la pelle bianca, Ciù la pelle gialla, ma erano lo stesso bambino. Pablo andava al cinema in spagnolo e Jimmy in inglese, ma erano lo stesso bambino, e ridevano nella stessa lingua. Ora sono cresciuti tutti e sette, e non potranno più farsi la guerra, perché tutti e sette sono un solo uomo."
(2)

Per concludere quindi questo angolo tra psicologia e letteratura per piccoli e grandi, a cento anni di distanza dalla sua nascita, lasciamo che lo spirito colmo di ironia e tenerezza insieme di uno degli scrittori per l'infanzia più famosi e conosciuti non solo in Italia quale è Rodari, ci scaldi il cuore e ci aiuti a superare con più grinta questo periodo critico, facendo leva sullo sguardo di verità e cura sempre rivolto agli altri, distanti da noi solamente per ora, quel tanto che basta per volerci bene.

1 Tratto da: "Filastrocche in cielo e in terra" di G. Rodari, "Uno e sette".

2 Tratto da "Favole al telefono" Di G. Rodari, "Il paese dei bugiardi".

 

 

Pensieri dalla nostra sala virtuale
a cura della redazione

Nonostante il Covid, ho avuto la fortuna di trovare nuovi amici, pur restando a casa. La stanza virtuale messa a disposizione dall’ UICI Siena ha dato il via ad appuntamenti a cui, tutt’ora, non posso fare a meno. Tutti i giorni da marzo ho passato un’ora in modo piacevole ed anche istruttivo. Sono venuti a trovarci professionisti e non, medici, amici che ci hanno fatto partecipi delle loro passioni, scrittori e provetti lettori. A tutti un enorme grazie. E come dice il poeta... e non finisce qui.

Di Lea Ventura

 

 

Attraverso la Toscana, sulla via Francigena.

di Roberto Mura

Cercherò di descrivere, a grandi linee, un frammento del più antico e fascinoso pellegrinaggio europeo, che partendo dalla città di Canterbury, in Inghilterra, dopo aver attraversato il canale della manica, tutta la Francia e la Svizzera, entra in Italia dalle Alpi Pennine, dal Colle del gran San Bernardo, e scendendo lungo la penisola, giunge fino a Roma, sulla tomba di San Pietro. Dopo un percorso complessivo di circa 1000 600 chilometri, attraversando dunque, anche la nostra bella Toscana, da nord a sud, su un tracciato di 380 chilometri circa, da percorrere a piedi, in 15 tappe. La porta di accesso alla Toscana, arrivando da Berceto, in Emilia, è il passo della Cisa, sul monte Bardone, che ricorda, il popolo longobardo, il primo a passare su questo valico appenninico. Si percorre tutta la Lunigiana, fino al mare, attraversando borghi medioevali, ricchi di chiese e palazzi signorili, sulle cime rocciose, dei colli e dei Monti, spuntano qua e là, i castelli, della illustre famiglia dei Malaspina, posti a sentinella, delle valli e dei sentieri montani, dai signori e governanti di questo vasto territorio, che va da Pontremoli ad Aulla fino a Sarzana poi si prosegue a Luni, e da lì si finisce a Carrara. Proseguendo il nostro cammino, arriviamo a Massa, città appartenuta lungo al Ducato di Modena, governata dalla famiglia d'Este. Notevoli, da visitare e ammirare, il Palazzo Ducale, la cinta muraria, il Duomo e le altre belle chiese, i vicoli caratteristici. Stiamo per entrare, nella verde e fresca Versilia, cammineremo, per molti chilometri, affiancati a destra dall'azzurro mare Tirreno, e, a sinistra, dalla possente muraglia delle Alpi Apuane, con i suoi pinnacoli e le alte cime. Attraverseremo Pietrasanta e Camaiore, autentici gioielli medievali, ben conservati, luoghi per vacanze raffinate, ricchi di storia e monumenti. Andiamo ora a sinistra, verso l'interno della regione, giungiamo alla splendida Lucca, con i suoi 4 chilometri di mura, interamente percorribili a piedi, intorno alla città vecchia, con decine di campanili in Bellavista. Da non perdere, la visita al Duomo dedicato a San Martino, che conserva, un prezioso crocifisso ligneo, detto, del volto Santo, il prezioso mausoleo di marmo bianco decorato, di Ilaria del carretto, da non trascurare, la chiesa di San Michele e le molte altre: il palazzo di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, e, la tomba di Santa Gemma Galgani. Continuando il nostro percorso, percorriamo un lembo della provincia pisana, attraversiamo Altopascio, la città del pane, San Miniato, Fucecchio, città Natale di Indro Montanelli, tutti centri ricchi di storia e di arte. Attraversato il fiume Arno, andiamo verso le terre senesi, ricche di affascinanti paesaggi agresti, incontriamo, Gambassi Terme, San Giovanni d'Asso, terra di profumati tartufi, la splendida oasi, di Pieve di Cellole, luogo di preghiera, di riposo e serenità. Ed ecco, in lontananza, un'altra città fortificata, con i suoi grattacieli medioevali, dentro le possenti mura di San Gimignano, che chiudono come uno scrigno i suoi innumerevoli tesori. Su un alto Poggio, che domina le vallate sottostanti, svetta Monteriggioni, con la sua cinta muraria, e, le torri merlate, borgo praticamente inespugnabile. E, finalmente, eccoci a Siena, spettacolare e operosa, ci riceve, la magnifica Piazza del Campo, col palazzo comunale, e la Torre del Mangia, un giro fra le contrade, con le loro storie misteriose, che ogni anno, si disputano il Palio, una visita al Duomo, e, a Santa Caterina, un vero assortimento di cose meravigliose, da vedere e gustare, senza trascurare l'arguzia e la schiettezza dei suoi abitanti. Ormai, siamo quasi alla fine, della nostra scarpinata in terra Toscana, tra il Chianti è la Valle d'Orcia, terre feconde, con panorami unici, ricche di Olivetti e vigneti, che donano ogni anno, olio e vini, tra i più pregiati al mondo. Attraversiamo, Bagno Vignoni, con le sue antiche acque termali, e siamo in vista del maestoso Monte Amiata, Radicofani, patria di Ghino di Tacco, e, Abbadia San Salvatore da secoli, molto ospitali coi pellegrini, sono la porta di uscita regionale, verso Acquapendente e il lago di Bolsena, in terra laziale.

 

 

 

Antonio Garosi, K550 e altri racconti
Sette storie in giallo

È appena arrivato in libreria “K550 e altri racconti”, opera prima del poliziano Antonio Garosi, giallista, appassionato di scrittura, già premiato in alcuni concorsi nazionali di letteratura. Il libro mette insieme, con una narrazione incalzante ed uno stile personale ed accattivante, le tessere di un complesso mosaico, tra segreti da svelare e tracce da seguire a ogni costo. I sette racconti raccolti nel volume spaziano temporalmente tra l’antica Roma, gli anni trenta del novecento e l’età moderna. Ma la sensibilità dell’autore punta, attraverso l’intreccio, a rivelare le fragilità dell’uomo, le difficoltà dell’anima. Eppure i personaggi creati dalla fantasia di Garosi sono tutti diversi, da racconto a racconto, e spesso sono capaci di sorprendere il lettore e ribaltarne il punto di vista. Il buon risultato dei gialli ce lo spiega proprio l’autore: “Il successo di questo genere letterario, ma più in generale di qualsiasi libro, sta proprio nella capacità di far immedesimare il lettore nel personaggio di cui sta leggendo le vicissitudini. Cercare le tracce lasciate da un assassino, risolvere un puzzle di indizi per arrivare a trovare un colpevole, avendo la sensazione di poter toccare con mano le cose che un investigatore sfiora, fino, addirittura, a percepirne gli stati d’animo: questo è piacere puro per chi legge ed un obiettivo per chi scrive”. Il primo racconto, K 550, quello che dà il titolo alla raccolta, è ambientato nel mondo della musica classica: la protagonista, ex-insegnante di musica oltre che membro di un’orchestra sinfonica, si trova, suo malgrado, a indagare sulla morte di un direttore d’orchestra suo vicino di casa, collaborando, consigliando, portando per mano la polizia fino alla soluzione del caso. Nelle storie che seguono un medico legale dipana la complicata matassa di un assassinio all’interno di una casa automobilistica, alla metà del secolo scorso; un simpatico brigadiere compie il suo dovere all’interno di quello che l’autore ha definito “un giallo al contrario”; una matrona romana, assieme alla sua dama di compagnia, va in cerca di misteri nell’Urbe; si torna al presente nel racconto in cui un maresciallo, insieme alla figlia, si trova a dover combattere con il dolore e la rabbia degli ospiti di una casa di riposo, alla ricerca di colui che ha tolto di mezzo il nonno; poi una spy story in cui emerge la grande umanità del protagonista, la stessa riconosciuta ai nostri militari nelle loro missioni; per concludere con il mistero fittissimo che lega tre tombe collocate in tre diversi cimiteri. La raccolta di racconti gialli “K550” si può acquistare a Montepulciano presso la Libreria Centofiori, in viale Calamandrei 13 - 15, oppure presso la Proloco di Montepulciano, in piazza Don Minzoni 1. Info: Antonio Garosi, a.t.garosi@gmail.com

Fonte: Ufficio Stampa del Comune di Montepulciano

 

Il pirata Ruffino
di Elisabetta Ricci
Prima parte

Il mio bisnonno Pasquale Sapere nel 1875 comprò un terreno sul mare all’Isola d’Elba tra l’Innamorata e il Calone, non lontano da Capoliveri, il paese dove era nato e dove viveva la sua famiglia che conduceva una vita di stenti, privazioni e rinunce, che avevano logorato anche il loro spirito.  Lui era diverso dai fratelli, era sempre stato un bambino chiuso, ombroso, inadatto alla terra. Vedeva tutto, notava tutto con quegli occhi neri che foravano le palpebre, ma non faceva commenti; nel suo sguardo non c’era disprezzo, piuttosto compassione e determinazione. Suo padre era preoccupato, “non ci si ricava niente da questo” e la madre era rassegnata“ se  ne andrà via, melo sento!” A 16 anni una mattina, a inizio estate, si mise il sole alle spalle e partì verso Porto Ferraio, eccitato e ottimista, con un piccolo fardello pieno di cibo per qualche giorno e una coperta. Prese un passaggio per Piombino e da lì camminò fino a Livorno.
“Mi imbarcherò sul primo bastimento che parte” e fu imbarcato su uno dei mercantili Florio di servizio tra la Sicilia, Napoli, Livorno, Genova e Marsiglia che trasportavano vini e tonno in scatola. Cominciò come mozzo, marinaio per 4 anni e poi finalmente nostromo. Andava dritto per la sua strada, si costringeva a fare risparmi estremi con sacrifici dolorosi. Non aveva toccato una donna nei porti dove attraccavano, non andava a bere nelle bettole come gli altri, non fumava, si vestiva degli stracci usati che i compagni buttavano via. Era veramente un tipo particolare, ma rispettato e temuto. Un nostromo fidato, ma burbero anche con gli ufficiali: annusava l’incompetenza e aborriva le ingiustizie. Una volta mise il coltello alla gola di un ufficiale di coperta, perché aveva punito e umiliato un mozzo, senza ragione. Un anno nelle carceri di Marsiglia: “mi ha fatto proprio bene, ora è tutto più facile!” Depositava lo stipendio in banca a Livorno e in 10 anni aveva messo su una bella somma. Aveva lavorato con serietà e sacrificio di sé, ma per il suo futuro aveva tutt’altre mire. Un giorno cucì delle tasche segrete nei pantaloni, riscosse lo stipendio, ritirò in banca a Livorno i suoi risparmi e si mise in cammino, con un coltello che gli pendeva dai pantaloni, verso Piombino e poi l’isola, finalmente a casa. Era partito ragazzo e tornava uomo, con la faccia di cuoio, serio e risoluto. In paese si fece subito riconoscere per il suo carattere focoso e intollerante e, come era d’obbligo, gli misero il soprannome di Ruffino, un arruffapopoli uno sempre primo nelle risse per difendere un diritto o un disgraziato. Comprò della terra e costruì una casuccia di una stanza su un piccolo rilievo che dominava la spiaggia del Calone. Piantò viti e ulivi, frutteto e orto, cereali e legumi. E una strada che arrivava alla porta di casa. La sera si metteva sulla porta a guardare la sua terra, la spiaggia e il mare, che conosceva bene. Se qualcuno si avvicinava sulla sua strada o approdava sulla sua spiaggia, sparava un colpo in aria e lo metteva in fuga. Meritava pienamente il suo nome e la sua spiaggia diventò per tutti “la spiaggia di Ruffino”, dove i capoliveresi impararono a non mettere piede. Scelse una moglie come si sceglie una cavalla, una fattrice perché voleva tanti figli: attenta e affettuosa per essere mamma, robusta che lavorasse in casa, orto e pollaio, docile che accettasse il suo volere, tenace che non si abbattesse mai, economa nel governare la famiglia. E trovò Giuseppa e poi venne anche l’amore. Ebbero 4 figli, 3 maschi, Nunzio, Aristide e Italo e poi finalmente una femmina, la chiamò Lucia, portatrice di luce. E la casa cresceva, per ogni figlio una camera. Le stagioni e il lavoro nei campi marcavano il passare degli anni e i ragazzi diventarono grandi, 3 ragazzoni alti e robusti e la dolce e conciliante Lucia.

 

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