Visto! Numero 19

Visto!

 

Periodico di informazione della sezione di Siena - numero 19 - luglio 2018

 

Direttrice responsabile: Susanna Guarino

Registrazione Tribunale di Siena n. 3 del 5/8/2014.

 

Con il contributo di:

ESTRA - GAS / LUCE  www.estraspa.it

TIEMME - Toscana mobilità S.p.A.

 

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS-APS

Sezione  Cavaliere Attilio Borelli

Viale Cavour, 134 Siena

Telefono 0577 46181

e-mail: uicsi@uiciechi.it

Sito internet: www.uicisiena.org

 

IRIFOR Ricerca, formazione riabilitazione per la disabilità visiva

 

LA VITTORIA DEL DRAGO

Lo scorso 2 luglio è stata la Contrada del Drago a conquistare la vittoria del Palio con una corsa dominata dall’inizio alla fine. Il Drago è  partito primo ed ha mantenuto la posizione fino al termine del terzo giro. Protagonisti della vittoria sono stati il fantino Andrea Mari, detto Brio, ed il cavallo Rocco Nice, un castrone baio di 8 anni, esordiente. Credo che i lettori di “Visto” che non conoscono la mia appartenenza alla Contrada del Drago siano una esigua minoranza   e poiché alla conoscenza si unisce per mia fortuna la personale amicizia, mi sono pervenuti numerosi messaggi e telefonate di congratulazioni, che mi hanno fatto particolare piacere e   mi sollecitano ad esprimere a tutti il mio ringraziamento. Voglio ricordare che altri due “dragaioli” fanno parte della dirigenza della nostra Sezione: il Consigliere Delegato Mario Petrini e il Sindaco Revisore Marco Mancianti. Non è questo il solo motivo di legame fra la nostra Sezione e la Contrada del Drago. Ricordiamo infatti che in più occasioni la Contrada ci ha ospitati per banchetti ed Assemblee, prima nei locali della Società di Camporeggio in Via del Paradiso e poi nel Piazzale di fianco alla Basilica di S. Domenico. Ma soprattutto la Contrada del Drago ospita da diversi anni nella sua Sala delle Vittorie gli screening che si svolgono nel mese di marzo ad opera della Clinica Oculistica della nostra Università durante la settimana di prevenzione del glaucoma. Proprio in quella sala sarà esposto il drappellone vinto nella carriera del 2 luglio 2018, un drappellone di cui è autore mio fratello Emilio che, come me e come tutti i “dragaioli”, non poteva augurarsi di meglio che di portare nella nostra Contrada il suo Palio. I nostri Soci e le numerose persone che ogni anno si sottopongono agli esami per la prevenzione del glaucoma non potranno ammirare  quel drappellone il prossimo anno, perché di regola il Palio vinto viene  deposto nella teca durante il mese di Maggio dell’anno successivo; lo vedranno nel marzo del 2020 se, come credo e  mi auguro, sarà ancora quella la sede delle visite oculistiche per la prevenzione del glaucoma e sarò io a mostrarlo con orgoglio ai visitatori. Con l’orgoglio di essere “dragaiolo” e  spero ancora un dirigente della UICI di Siena.   

ENRICO GIANNELLI

 

 

 

LA DIANA CANTA SIENA

Durante la serata del 21 giugno, il coro “Arlecchino” diretto dalla maestra Marta Marini ha preso parte alla manifestazione della Diana. Il coro dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti si è esibito in uno scenario a dir poco favoloso e difronte a un pubblico molto numeroso. Forse non sarà stata un’esibizione di grande livello artistico ma certamente i componenti del coro hanno dato tutto se stessi  riuscendo a trasmettere sentimenti e tanta tanta passione. Il coro si chiama Arlecchino perché in esso vi sono persone tanto diverse tra loro: giovani, adulti, anziani, ciechi, ipovedenti, invalidi civili e volontari che hanno un solo, vero “problema”: la volontà di fare del bene. Chi partecipa al coro Arlecchino sa di essere “diverso”, ma quella stessa diversità è la forza dei singoli e del coro tutto. Tutte le difficoltà e le diversità, messe insieme e coordinate da una direttrice brava e appassionata rendono, i canti popolari più veri, più penetranti e diffondendo nel pubblico una sensazione di gioia. Il 27 giugno poi, abbiamo sostenuto un'altra “prova” insieme al coro presso la parrocchia. Grandi emozioni ancora una volta , che ad ogni occasione ci rendono sempre più uniti tra noi soci stessi e la nostra meravigliosa direttrice.

MASSIMO VITA

NON PASSA LO “STRANIERO”

Da qualche tempo si sentono slogan più o meno banali, più o meno razzisti sugli stranieri che arrivano con i barconi o che entrano dai confini del nord. Qualche giorno fa, l'ineffabile ministro dell'interno ha lanciato la bufala del censimento dei Rom. Lunedì scorso dopo il ballottaggio, il sindaco neo eletto di Pisa ha detto che il suo primo problema era la sicurezza della città. Ora mi attendo che arrivi la proposta di schedare i biondi, poi i bruni, poi quelli che non hanno i capelli e non mi meraviglierei se arrivasse la proposta di schedare i disabili per organizzare un piano di eliminazione. Per adesso sono già balenate le voci di taglio alle indennità di accompagnamento e di razionalizzazione della spesa sociale. Cosa si intenda per razionalizzazione non è dato saperlo ma sappiamo cosa significa taglio delle indennità di accompagnamento. Vogliono vincolare la concessione dell'indennità di accompagnamento di ciechi, sordi e invalidi civili al reddito. Dicono che sarebbe assurdo dare l'indennità a chi ha tanti patrimoni o tante rendite finanziarie. Quindi si giustificano dicendo che si fisserebbe un tetto alto di reddito. Non credo ci si possa fidare di questa classe politica come non ci siamo fidati di quelle precedenti perché i tetti come si alzano così possono essere abbassati per rastrellare soldi da girare per altri interessi non sempre confessabili. Io penso che tutti i disabili, unitariamente, dovrebbero dire ad alta voce un no grande e forte riaffermando che l'indennità è e deve continuare ad essere erogata al puro titolo della minorazione. Stabilito e ribadito questo principio, si può discutere su come evitare che le norme nazionali e quelle regionali facciano cumulare tanti servizi e risorse su pochi fortunati mentre tanti altri ne rimangono fuori. In Toscana, per esempio, dobbiamo risolvere la vergogna della vita indipendente che, ottima normativamente, è stravolta da un'applicazione a dir poco discutibile e con gravi discriminazioni. Potremmo discutere su come coordinare gli interventi sul territorio separandoli dalla struttura sanitaria e rendendoli davvero capaci di integrare, abilitare e riabilitare i portatori di handicap aiutandoli ad essere arte viva della nostra comunità. Teniamo gli occhi e le orecchie aperte e soprattutto riprendiamo a interessarci ai nostri problemi perché per troppo tempo abbiamo delegato ad altri il nostro destino. 

MASSIMO VITA

 

DAI SUONI SPARSI AL MOSAICO MUSICALE

Quando sono stato contattato per la prima volta e invitato a proporre un laboratorio di musicoterapia all’interno del Campo, ho sentito sin da subito delle sensazioni contrastanti. Da un lato avevo la voglia di provare una nuova esperienza con la musicoterapia in un ambito per me nuovo; dall’altro ho subito sentito un senso di indecisione proprio rispetto alla mia mancanza di esperienza con i non vedenti. Ho fatto il primo incontro con gli organizzatori con l’idea di capire meglio in che modo      potevo contribuire e provare a lasciare qualcosa di buono ai partecipanti; a quel punto mi sono reso conto che stavo entrando in un mondo affascinante. Ho passato i giorni successivi a immaginare cosa sarebbe successo, come i partecipanti avrebbero vissuto i momenti condivisi con me e in che modo io avrei potuto raccogliere momenti di crescita dall’esperienza. Durante gli incontri in équipe avevo già percepito una grande spinta nella direzione dell’integrazione, del divertimento e dello stare insieme, ma la tipica  sensazione del non sapere mi ha accompagnato fino alla mattina del mio primo incontro. Arrivato al centro, come d’un tratto, questa sensazione è scomparsa e ho avuto tutto chiaro: dovevo semplicemente vivere in maniera autentica le varie emozioni che avrei provato. Con quest’idea mi sono approcciato ai partecipanti, chiedendo aiuto a collaboratori e operatori e non nascondendo le mie incertezze. Dopo poco il mio arrivo ho sentito di far parte a pieno di un gruppo davvero incredibile. Ho proposto le varie attività inerenti il mio intervento durante un paio di giorni della settimana ed è stato davvero bello riuscire a sentire, attraverso la musica e la nostra relazione che piano piano diventava sempre più intensa, come cambiava il modo di stare nell’ascolto dell’altro, del proprio mondo interno e ognuno delle proprie sensazioni. Mi piace pensare che ogni singola nota, suono, rumore, respiro, parola o gesto, seppur in minima parte, in qualche modo sia rimasta dentro ogni partecipante fissandone e rappresentandone un aspetto peculiare dell’esperienza. Per me lo è stato e posso assolutamente dire che, a distanza di giorni, mi porto dietro ancora un grosso carico di emozioni. Mi piace pensare anche che nell’esperienza musicale di gruppo l’idea del mosaico trova terreno fertile dato che, come le tessere, ogni singolo suono di ciascuno di noi porta a co-creare un suono unico ancora più grande e significativo che senz’altro non è semplicemente l’unione dei suoni singoli ma è qualcosa di più. E ne abbiamo avuto prova quando, l’ultimo giorno, sul palco, ascoltandoci reciprocamente, riuscivamo a dare un senso a quelli che inizialmente erano solo suoni sparsi e rumori e che piano piano diventavano invece una grossa pulsazione energica comune. Sentire la voglia di continuare e non fermarci alla prima improvvisazione mi ha restituito il senso della mia presenza lì e sentire che tra un’improvvisazione e l’altra ci si poteva anche prendere lo spazio per riflettere su quanto era emerso dai suoni, mi ha permesso di capire che attraverso quelle esperienze avevamo compreso che non si trattava solo di creare una bella musica ma che questa fosse soprattutto vera e sincera, espressione pura di quello che siamo. Le varie esperienze infatti ci hanno permesso di vivere e discutere anche i momenti musicali più dissonanti, esplorare stati d’animo contrastanti ma anche vivere momenti di leggerezza, divertimento e scherzo. Ho scoperto che nel mondo dei non vedenti il silenzio può essere angosciante, destabilizzante e può far paura, ma vedere che durante le varie attività provavamo a stare proprio in questo silenzio, a parlarne e a recuperare anche quelle sensazioni più forti, mi ha permesso di riflettere tanto sul valore della condivisione, di quanto può essere importante affrontare nel gruppo e col gruppo i momenti più duri e di come la relazione con gli altri può sostenerci e permetterci di non arrestare mai. Senza dubbio mi porto dietro l’idea che insieme è meglio! Mi auguro di continuare a dare il mio contributo a questo gruppo che per me è stato davvero prezioso.

AGOSTINO LONGO

 

 

QUANDO LE TESSERE CI SONO TUTTE, IL MOSAICO E’ UNO SPETTACOLO!

La stesura del progetto base per l’undicesimo campo riabilitativo dell’I.Ri.Fo.R. di Siena ha preso le mosse da una pagina contenuta nel libro “Ciò che inferno non è” di Alessandro D’avenia, dove padre Pino Puglisi per invitare il diciassettenne Federico ad aiutarlo in estate a Brancaccio gli dice: “Sai quante tessere ci sono nei mosaici del duomo di Monreale?” “No.” risponde Federico. “ “Neanche io. - riprende padre Pino - Nessuno ha mai avuto il coraggio di contarle. Eppure è la superficie di mosaico più vasta del mondo. E ogni tessera, per quanto piccola, è importante. Allora ti aspetto”. Così abbiamo iniziato dal primo pezzo del mosaico, la scrittura del progetto, in equipe con Nadia una nuova giovane socia, con gli operatori ormai consolidati negli anni e con la segreteria U.I.C.I. di Siena. Seconda tessera la conferma della struttura che ci ospita da anni, terza e quarta il coinvolgimento di due nuove figure, una geologa e guida ambientale escursionistica ed un musicoterapeuta. Poi è arrivato anche il cofinanziamento di I.Ri.Fo.R. nazionale e la possibilità di partecipare al progetto NET. IN Campus, che ci ha stimolato a dare il massimo quando ormai l’avvio del campo era alle soglie.  Si aggiungono ora le tessere fondamentali, i partecipanti e veri protagonisti. Per i più piccoli accanto a loro un po’ timide e arretrate si sono affacciate anche le famiglie, che accompagnano e tornano a prendere i figli a fine giornata. Insostituibili pezzi del mosaico sono stati i volontari in servizio civile e non, i quali hanno facilitato gli spostamenti, aiutato a servire a tavola, si sono impastati le mani con noi e ci hanno fatto ballare. Quindi come in un volo veloce, sono passati i giorni, tra foglie, semi e rocce da toccare ed annusare, odori da riconoscere, tra scrittura di segnaposto in braille dove hanno avuto spazio i nomi di ognuno, tra sonorità diverse di strumenti e ritmi che hanno fatto dire molto alla musica, specie a chi riesce meno con le parole. Abbiamo immerso cucchiai e dita tra biscotti, latte, panna e nutella, facendo scoppiare la magia della cucina, osservando chi ha più esperienza “pasticciera” farsi tutor di chi ha più paura, perché lo scopo del dolce è farlo insieme più che mangiarlo. Con la tessera regalata dai ragazzi dell’Associazione sportiva Quarto Tempo di Firenze abbiamo corso dietro ad una palla sonora, provato a passarcela e tirato addirittura qualche rigore; tutto è accaduto con serenità, mentre chi non può correre dietro a quella palla non ha fatto mancare incitamenti e tifo ai provetti calciatori non vedenti ed ipovedenti, oltre a operatori e volontari con la mascherina sugli occhi che hanno sperimentato un vero calcio alla cieca. Abbiamo versato succhi e tagliato frutta per preparare cocktail analcolici, fino a che l’ultimo giorno ci siamo ritrovati tutti in cerchio sul palco del Laboratorio e ciascuno ha tirato di nuovo fuori la sua musica, il suo suono più bello: il suono nato dalla propria voce, dalle mani, da un tamburo, una chitarra, una tastiera o un ocean drum, suoni cresciuti per accordarsi con note e ritmi degli altri, dando volume a 3 improvvisazioni di gruppo colme di grinta e vita. Per concludere l’esperienza insieme, che quest’anno non ha coinvolto i politici e le istituzioni di Siena come nostro solito, perché la città stava vivendo il momento delle elezioni comunali, abbiamo lasciato raccontare il campo alle parole dette da ogni presente, poi scritte su un grande cartoncino, ritagliate e consegnate perché ciascuno potesse portare via una tessera di quell’opera d’arte che ha contribuito a modellare. Allora, per me che non ho mai visto i mosaici del Duomo di Monreale di cui accenna D’Avenia nel suo romanzo, parole come “strumenti”, “intraprendente”, “armonia”, “dinamico”, “crescita”, “goal!”, “movimento”, “emozionante”, “musicale” ed “intenso”, insieme al ricordo dei giorni trascorsi, dipingono nella mia immaginazione un disegno che è uno spettacolo! Con un grazie gigantesco per operatori e volontari che tengono in piedi questa esperienza preziosa, ci auguro di replicarla anche il prossimo anno.              

 ELENA FERRONI

 

IL SENSO DELLA NATURA

Ho sempre percepito la Natura come qualcosa che fa parte di me e di cui io stessa sono parte come tutti e tutto ciò che mi circonda. Questo è sempre stato lo scopo del mio lavoro: tentare di far aprire la nostra intima e personale Natura come un tutt'uno a quella “biologica” scientificamente tangibile. Essa va scoperta, capita e conosciuta in ogni suo aspetto e la vista è il senso che, istintivamente, ci aiuta ad esplorarla in maniera più immediata. Il lavorare nel verde ogni giorno, il coglierne i cambiamenti stagionali ed i piccoli dettagli, mi ha fatto capire il vero senso delle parole “essere vivente”. Io vivo il bosco, ma la Natura vive me. Questo, e l'assidua frequentazione di una amica a me molto cara che fa parte di questa associazione, mi ha portata a pormi domande. Tante volte ho provato a ragionare mettendomi nei suoi panni. La sua intraprendenza, il suo entusiasmo e la sua voglia di scoperta mi hanno fatto capire che con il modo giusto avrei potuto aprire un piccolo universo a chi, per convenzione sociale, la Natura è quasi preclusa. Se io avverto la Natura, in che modo lei avverte me? Chi sono le piante? Come si manifestano i loro sensi? Come è scoprire l'ambiente che ci circonda con sensi diversi dai miei o con meno? Il famoso detto “il mondo è bello perchè è vario” è estremamente vero. Tutto ciò che compone l'ambiente, piante, sole, rocce, acqua, uragani, grandi mammiferi, aria e minuscoli batteri, tutto ha un ruolo, tutto ha uno scopo, un'utilità, e proprie caratteristiche uniche. Le peculiarità possono essere le più varie: la forma caratteristica di una foglia, un minerale importante all'interno di una roccia, un'alimentazione particolare e fondamentale per l'accrescimento del bosco, sensi più o meno sviluppati necessari alla sopravvivenza. E noi? Anche noi siamo tutti diversi ed unici ognuno con proprie caratteristiche e capacità. C'è chi si diletta con i numeri, chi con parole di lingue ormai desuete, chi è a suo agio con formule chimiche e chi la chimica la applica alla cucina. Chi è bravo con attività pratiche e chi con attività intellettuali. C'è chi è bravo a parlare e chi si esprime meglio sorridendo e tendendo la mano. Queste caratteristiche, questi tratti talvolta sfuggenti, vanno cercati e riconosciuti. Non giudicati, ma esaltati e stimolati. La proposta di un laboratorio sul bosco per ipovedenti mi ha inizialmente un po'preoccupata. Come faccio? Cosa posso spiegare? Si annoieranno. Come posso far scoprire una cosa che normalmente viene esplorata con la vista a chi questo senso non ce l'ha più o, addirittura, non l'ha mai avuto? Per un po' ho smesso di pensarci, come mio solito quando le preoccupazioni diventano molto grandi, ed ho aspettato che la Natura stessa mi offrisse i suo consigli con i suoi modi e tempi. Lei non delude mai e, puntuale ed infallibile, nell'arco di pochi giorni mi ha dato il suggerimento più semplice ed ovvio. Esaltare e sfruttare ciò che c'è e non limitarsi a ciò che non c'è. Ecco la chiave! Sfruttare al massimo ciò che abbiamo a disposizione. Armata di innumevoli rami di piante diverse, vari tipi di roccia, palchi di daino, aculei di istrice, fiori profumatissimi, sciroppi e succhi da assaggiare e rinfrescarci dalla calura estiva ed un piccolo amplificatore per far ascoltare suoni e rumori registrati nel bosco, il 18 giugno mi sono presentata all'apertura del campo estivo. Una bella responsabilità, il mio sarebbe stato il “laboratorio di apertura”. Ero abbastanza agitata, ma quando ho cominciato a parlare mi sono accorta che io ero solo un tramite tra la Natura e tutte le persone che avevo davanti. Percepire. La parola magica! Mi sono affidata alla Natura che non ha il dono della parola (almeno come lo intendiamo noi), ma a volte ha bisogno di un tramite e quindi ho deciso di fare da interprete. Tra suoni, rumori, gusti, cose da toccare ed odori ho cercato di raccontare un bosco molto caro a noi senesi: la Montagnola Senese. Storie di vecchi cavatori, rocce, rametti e foglie di tante forme si sono mescolati a profumi intensi, a suoni registrati nel bosco, a dolci sapori di succhi rinfrescanti spaziando dalla storia, alla botanica, alla geologia, alle curiosità del bosco, a come l'uomo in passato ha saputo sfruttare in maniera adeguata ciò che il bosco offriva. Non è stata una lezione, ma un vero e proprio racconto come se stessimo davvero camminando in un sentiero. Non argomenti singoli, ma storie e racconti collegati tra di loro a formare la Rete della Natura. Il tempo è volato, mi sono sentita a casa, sono stata ascoltata ed ho ascoltato le tantissime domande che mi sono state poste. Ho dato le mie conoscenze e la mia passione e mi è stata data tanta curiosità ed interesse. Grazie di avermi dato questa grande opportunità di crescita. Era la mia prima esperienza in un laboratorio di questo tipo e sono stata accolta a braccia aperte. Farò tesoro di questa esperienza dal punto di vista lavorativo e, soprattutto, umano. Questi tempi burrascosi hanno bisogno di sorrisi, mani tese e cuori aperti alla Natura. Grazie ancora. Alla prossima.

Costanza Rossi

 

 

C’ERA UNA VOLTA...

C’era una volta, tanto tempo fa, un campionato di calcio definito: “Il più bello del mondo”.

Vi partecipavano i grandi nomi del calcio mondiale: Zico, Falcao, Maradona, Platinì e tantissimi altri. E c’era, sempre tanto tempo fa una nazionale di calcio di quelle impossibili da dimenticare, il riferimento è naturalmente a quella del 1982. Ha lasciato, questa nazionale, tante immagini indimenticabili dietro di se: l’urlo di Tardelli, le mani di Dino Zoff sulla coppa del mondo, la partita di scopone sull’aereo del presidente della repubblica Sandro Pertini, che riportava a casa gli azzurri, orgoglio di un intera nazione. Tutte immagini di un calcio che c’era e ora non c’è più. Per un momento gli sportivi hanno sperato che i bei tempi potessero tornare, con altre immagini, altri momenti indimenticabili: il cucchiaio di Totti, all’ultimo minuto con l’Australia, i calci dati (scherzosamente) da Gattuso sul sedere di Lippi, i capelli tagliati a Camoranesi, in campo, subito dopo la finale del mondiale 2006; altre esultanze, altra coppa da portare in Italia. Nell’illusione che il calcio di casa nostra fosse tornato grande, anche fuori dai confini, in un illusione che si è dissolta nel giro di pochi anni: nel 2010 l’Inter vince la Champions, ultimo trofeo a livello internazionale, e poi… l’oblio. Così arriviamo al campionato di calcio italiano 2017/2018, quello che il Napoli ha conteso fino all’ultimo respiro alla Juventus.  Con la concreta speranza dei Partenopei di ripetere le scene di giubilo dello scudetto 1990.Si racconta di camion con rimorchio pieni di tifosi festanti, L’immancabile bagno nelle fontane, anche nelle periferie più lontane dallo stadio e dal centro città. La scritta, che merita menzione: Che vi siete persi! Nel muro del cimitero di Poggioreale, rivolta verso le tombe. Uno scudetto, però, scivolato via nel breve volgere di una settimana: sette miseri giorni, quelli che hanno separato la vittoria a Torino sulla Juventus e la sconfitta a Firenze, con la Fiorentina. Un successo in grado di riaprire i giochi, con gol di Koulibaly allo scadere nella sfida dello Stadium, che rimetteva tutto in discussione; a quattro giornate dal termine del campionato. E subito dopo la sconfitta con la Viola che lo chiudeva definitivamente. Lasciando i festeggiamenti ai bianconeri, con meno eccessi, forse meno pittoreschi, data l’abitudine di accaparrarsi, specie negli ultimi quattro anni: coppa Italia e campionato. C’erano una volta i campioni, nel nostro calcio e ci sono ancora. Sta di fatto, però, che quando i giochi si spostano in Europa, troppe volte i campioni di casa nostra si sgonfiano al cospetto dei Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e tutti gli altri che anche in Francia, Inghilterra e Germania i club, riescono ad accaparrarsi a suon di Euro. Germania? Ho detto Germania? Già… proprio i vincitori del mondiale 2014, che grazie ad una valorizzazione dei loro settori giovanili, con anni e anni di lavoro, stadi di proprietà per i club e tantissime iniziative per rilanciare il loro football; ne hanno finalmente raccolto i frutti. Al contrario di quello di casa nostra che non ha saputo rinnovarsi. Al contrario del calcio Italico, rimasto fuori dal mondiale di Russia. Una manifestazione che tutti noi ci guarderemo in televisione, ammirando i campioni di altre trentadue nazioni… con un po’ di nostalgia e con un nodo in gola. Allora, prendiamo esempio dai tedeschi, facciamo quello che hanno fatto loro, vediamo se riusciamo a riavere il calcio che c’era una volta… e non c’è più!        

Antonio Garosi

 CHI LASCIA LA STRADA VECCHIA PER QUELLA NUOVA...

PUO’ ANDARE LENTO, PURCHE’ SI MUOVA

Quando, circa un mese e mezzo fa, il Consiglio sezionale mi ha proposto l’incarico di presidente, avevo moltissime perplessità. In primo luogo la mia scarsa esperienza – e pazienza – nello svolgere ruoli istituzionali, in secondo luogo il fatto che la storia è piena di “successioni infelici: è sempre difficile sostituire qualcuno in posizione apicale, ancora di più quando si tratta di persone estremamente competenti e dalla forte personalità, seppure dal carattere diverso quali sono stati Massimo Vita prima ed Enrico Giannelli poi; persone che, tra l’altro, hanno un forte legame con il territorio e con i soggetti istituzionali e sociali con cui l’U.I.C.I. deve collaborare. Infine, ma non per importanza, a frenarmi era la paura di non poter svolgere questo ruolo al meglio delle mie capacità e possibilità a causa della mia condizione di laureato in cerca di occupazione, appassionato di musica e studente di pianoforte. C’erano poi i motivi per accettare, altrettanto forti: la curiosità, la voglia di mettermi in gioco in questa nuova sfida e, infine, il fatto di continuare a far parte di una grande squadra, per dirla alla Checco Zalone, “Una squadra fortissimi!”. In questo primo periodo non sono mancate le criticità: la volontà e la necessità di svolgere al meglio il mio tirocinio con Fondazione Monte dei Paschi, il fatto di dover studiare per dei concorsi e la ricerca di un lavoro in genere non mi permettono di essere troppo presente in ufficio, la redistribuzione dei carichi di lavoro non è sempre facile, perché tutti, bene o male, hanno i loro impegni, ma non sono mancate le soddisfazioni, venute proprio dal fatto di fare parte di un gruppo in cui c’è la volontà di lavorare insieme per il bene comune. Mi riferisco in particolare al nostro campo riabilitativo, ancora una volta un grande successo grazie a chi ci ha lavorato alacremente e alla mostra accessibile V.I.B.E., ospitata per diversi mesi al Santa Maria della Scala e sulla quale verrà prodotto un documentario accessibile. Concludo senza fare promesse sul futuro, tranne quella di non far mancare mai il mio impegno, consapevole e fiducioso nel fatto di avere a disposizione un grande gruppo.

ALESSANDRO TURCI

 

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