Visto! Numero 13

 

Visto!

 

Periodico di informazione della sezione di Siena - numero 13 - dicembre 2016

 

Direttrice responsabile: Susanna Guarino

Registrazione Tribunale di Siena n. 3 del 5/8/2014.

 

Con il contributo di:

ESTRA - GAS / LUCE  www.estraspa.it

TIEMME - Toscana mobilità S.p.A.

 

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS

Sezione  Cavaliere Attilio Borelli

Viale Cavour, 134 Siena

Telefono 0577 46181

e-mail: uicsi@uiciechi.it

Sito internet: www.uicisiena.org

 

IRIFOR Ricerca, formazione riabilitazione per la disabilità visiva

 

 

IL GIUBILEO STRAORDINARIO: tutti a scuola di perdono

Domenica 20 novembre nella solennità liturgica di Cristo re dell’universo, si è concluso il giubileo straordinario della misericordia, un anno santo propizio per la riconciliazione, il perdono dei propri peccati e la costruzione di legami più fraterni. Questo giubileo era stato indetto da Papa Francesco, tramite la bolla “Vultus Misericordiae”, con inizio l’8 dicembre 2015, festa dell’Immacolata Concezione di Maria: in quel giorno il vescovo di Roma aveva aperto la porta santa in San Pietro, per accogliere tutti i pellegrini che desiderassero ricevere l’indulgenza plenaria dei peccati e delle pene. Da lì si è scatenata una pioggia di grazia, come chiesto dal pontefice, in tutte le varie diocesi dell’Italia e del mondo i vescovi hanno aperto porte sante nelle cattedrali, nei santuari, nelle chiese di speciale significato per i loro territori, porte di collegamento tra terra e cielo, dove attraverso il sacramento della confessione e l’incontro con occhi d’amore, chi si è recato o trovato in quei luoghi ha potuto sperimentare la chiesa bella che perdona. Durante questo anno santo, occasione straordinaria voluta con convinzione da Papa Francesco, ognuno ha potuto attraversare a Roma o nella sua città una porta santa, passaggio insieme reale e simbolico, passaggio per ottenere il perdono, parola derivante dal latino e rafforzata da quel per superlativo che vuol dire super-dono, regalo immeritato di Dio per noi, con lo scopo di alleggerirci delle zavorre di cui siamo più o meno responsabili e ripartire da zero. Perdonati attraverso questo amore gratuito, ci viene così consegnata una missione, poter guardare la vita di ogni fratello che ci cammina accanto con gli occhi di misericordia e di bene con i quali il Padre di ogni misericordia ci ha guardati e riconciliati. Allora ecco che possiamo lasciar suonare la melodia “Misericordes sicut pater”, queste le parole latine che in italiano significano misericordiosi come il Padre (Lc 6,36), costituiscono la frase che si ripete per ben venti volte, tra i ritornelli e la coda, nel testo dell’inno di questo giubileo. Sono parole da ripetere per farne una regola di vita, per fissarle con risolutezza nella mente e nel cuore. Perché misericordia non è solo lasciare il peso dei propri errori, ma anche compiere azioni concrete, quegli atti e comportamenti quotidiani che ci rendono simili al Padre e vicini ai fratelli. Proprio in tale direzione ha operato, tracciando la strada per primo Papa Francesco durante tutto quest’anno nei “venerdì della misericordia”: un giorno al mese il papa si è recato in visita e ha passato del tempo con gli anziani, i tossicodipendenti, i profughi, con persone che vivono severe disabilità mentali, con sacerdoti in difficoltà,  ragazze vittime di violenza e prostituzione,  bambini lontani o senza famiglia,  neonati e malati terminali in strutture ospedaliere. Giunti al termine di questo anno santo della misericordia, dal latino misereor = avere pietà, sentire compassione e cordis = del cuore per la propria o altrui miseria materiale o morale, si può adesso auspicare visto che tutte le porte sante sono state ormai chiuse, che ogni comunità parrocchiale sia porta santa, seme ed esempio del sentimento di bene e di prossimità all’altro. Di più ancora si può forse osare sperare che lo sguardo e l’agire di ogni singolo uomo sia porta santa di accoglienza e perdono per chi gli passa accanto nella quotidianità dei giorni e delle relazioni. In questo caso non sarebbero necessari giubilei straordinari, perché ogni giorno sarebbe traboccante di ordinaria reciproca accoglienza e tenerezza.

Elena Ferroni

 

 

A politici e a confessionali: una ipocrisia tutta italiana

In tanti statuti o regolamenti di ONLUS o ONG, si trova la frase: “a politici e a confessionali”. Qualche volta, in modo più attento, ma non meno ipocrita, si scrive: “a partitici e a confessionali”. Credo che questi due principi siano difficili da sostenere perché si negano da soli. La a privativa è una negazione e non si può affermare un principio che parte da una negazione. Poi, in una organizzazione sociale che voglia dirsi e essere democratica, ci devono essere regole condivise e questo comporta delle scelte e quindi: scegliere è fare politica. Facciamo politica quando scegliamo un mezzo di trasporto piuttosto che un’altro, quando per cibarci acquistiamo prodotti della filiera corta o di un qualsiasi supermercato. A chi dice che questo è fare politica ma non essere partitici, rispondo che ogni scelta si può identificare con questa o quella linea di questo o quel partito o questa o quella coalizione. In una società dove gli ISMI, crescono a dismisura, dovremmo tutti riprenderci il diritto di fare politica e riportare al centro dell’organizzazione sociale i partiti così come li avevano visti i padri costituenti. Cedere il passo ai burocrati o ai grandi strateghi dell’immagine è stato un grave errore che, purtroppo ha commesso la sinistra o, per meglio dire, certa sinistra. Il primo errore di questo genere viene da lontano ossia da quando Bassanini realizzo la legge di riforma degli enti locali. Ridimensionare le assemblee e dare potere ai tecnici ha creato delle sacche pericolose di potere che non rispondono ai cittadini. Nel mondo del sociale sia quello legato alle categorie come l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, sia quello legato alle Organizzazioni non governative, si dovrebbe ripartire e avere il coraggio di scegliere una linea politicamente visibile per dare un nuovo impulso alla vita democratica delle organizzazioni, delle comunità, dei comuni e dello stato. In questi giorni si nota, sia sul dibattito referendario sia sulla elezione statunitense, che poco contano i contenuti reali e sono convinto che dopo il cinque dicembre, nessuno avrà vinto e nessuno avrà perso. Coltivo una speranza: l’uomo è custode di grandi risorse e saprà ripartire anche quando avrà raggiunto il livello più basso possibile. Io credo che più in basso di così non si possa andare e allora mi auguro che vi sia al più presto un moto di orgoglio tutto umano e si riprenda a combattere politicamente e partiticamente.

Massimo Vita

 

 

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IMMAGINI E PAROLE di Martina Medori e Rossella Miccichè

Due amiche, una comune passione per il cinema, la letteratura e il racconto di come le parole diventano immagini. In questo numero ci parlano del film

 

Io prima di te - l’amore oltre il dolore

È difficile ormai non aver mai sentito parlare di “Io prima di te”, in versione filmica o libresca: il romanzo di Jojo Moyes infatti, pubblicato nel 2013 ma diventato un bestseller quest’anno, ha spopolato per mesi in tutte le classifiche ed è stato trasposto in un film altrettanto di successo, uscito nelle sale qualche mese fa. Parliamo ovviamente di un romanzo d’amore, ma sicuramente fuori dagli schemi. Da un lato infatti c’è Louisa Clark, una giovane ragazza di un paesino di campagna inglese, chiacchierona, dallo strambo abbigliamento e da poco disoccupata. Dall’altro il brillante e arrogante Will Traynor, che dalla sua vita meravigliosa di business man si ritrova per un brutto scherzo del destino costretto su una sedia rotelle e impossibilitato a muovere la quasi totalità del suo corpo, a eccezione della testa e di qualche movimento delle mani. Il caso vuole che proprio nel momento in cui Lou sta cercando un lavoro per rimpiazzare quello precedente di cameriera in un piccolo bar la madre di Will stia cercando un assistente per il figlio incapace di compiere autonomamente qualsiasi azione normale. Ma la persona che sta cercando la madre non è una semplice badante che lo nutra e lo aiuti a svolgere le sue attività quotidiane: ciò che desidera per Will è qualcuno che gli faccia ritrovare nuovamente la gioia di vivere, qualcuno che possa salvarlo dal dolore dentro cui si è trincerato e da cui si rifiuta categoricamente di uscire. Qualcuno insomma che ridia un senso alla sua vita. Proprio per questo, nonostante le referenze di Louisa Clark non siano esattamente ottime, viene comunque assunta: la sua vivacità e la sua dolcezza sembrano le qualità giuste per un soggetto come Will. Ma il lavoro è molto più problematico di quanto appaia; è difficilissimo stanare il giovane ragazzo dal guscio di diffidenza e di indifferenza di cui si è ammantato e persino dialogare con lui, cinico e scorbutico, inizialmente è un’impresa quasi impossibile. Il tempo però, come si sa, riesce a scalfire anche le pietre più dure, e così, per quanta testardaggine possa aver sviluppato Will, Louisa continua ad opporgli la sua ferrea volontà finché il giovane non incomincia ad ammorbidirsi e a guardare le cose con una prospettiva un po’ diversa. La continua e quotidiana convivenza e il feeling che si crea tra due persone che inizialmente sembravano totalmente in antitesi, non può che far sì che i due si innamorino. Ma il tempo è loro nemico: Will ha infatti concesso ai suoi genitori sei mesi, dopo i quali vuole recarsi in una clinica svizzera per porre fine alla sua vita. Quando Louisa lo apprende non può che sentire rabbia e frustrazione, e ancora una volta ingaggerà una lotta disperata per fargli cambiare idea. La pellicola omonima, realizzata dalla regista Thea Sharrock, è in grado di rendere questa storia così delicata e insieme tragica in tutta la sua potenza. Aderisce con accuratezza al libro rispettandone anche i piccoli particolari che potrebbero sembrare di scarso valore, ma che invece sono importanti per dare il giusto senso e contesto alla storia e ai personaggi. Emilia Clarke, con la sua verve brillante e originale è una perfetta Louisa Clark, così come Sam Clafin non può non affascinare nel ruolo del ragazzo tetraplegico, reso difficile dalla necessità di trasmettere emozioni e pensieri solo attraverso il viso, privato com’è da qualsiasi possibile gestualità. L’idea che il tempo che abbiamo da trascorrere su questa terra sia importante e che sia necessario spenderlo nel migliore modo possibile è uno dei messaggi principali che la storia vuole veicolare, e sicuramente arriva forte e chiaro al cuore degli spettatori e dei lettori, così come è palese l’eterno, inscindibile legame tra amore e morte che permea tutta l’opera. L’ottima fotografia, dai contorni morbidi e i colori ricchi e insieme delicati, è di Remi Adefarasin, mentre la colonna sonora è curata da Craig Armstrong che inserisce tra le altre, le romantiche canzoni di Ed Sheeran. La grandezza di questo libro, e conseguentemente quello del film, è di rendere con leggerezza e con sentimento sincero una realtà non facile, di essere in grado di commuoverci, di farci riflettere e di farci ridere (spesso nello stesso momento), lasciando indubitabilmente il segno e mettendo in discussione molte nostre convinzioni.

 

 

Terza edizione del memorial Maria Ramira Scalpellini

Organizzare la terza edizione del trofeo è stato più difficile degli anni passati perché abbiamo dovuto tenere conto dei risultati ottenuti fino ad ora: uno molto soddisfacente, quello di una grande visibilità del torneo sulla stampa e anche fra la cittadinanza; l’altro non positivo, abbiamo avuto sempre poco pubblico. Questo non ci piace, la Sezione di Siena dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ha dato vita nel 2014 al Trofeo Maria Ramira Scarpellini non perché teniamo a fare l’incasso ma per farsi conoscere e per spiegare alle persone quali sono le tematiche legate alla disabilità visiva di questa Provincia. Per questi motivi é molto importante che alle nostre iniziative sia presente tanto pubblico e in particolare giovani. Maria Scarpellini è stata la prima insegnante non vedente a lavorare negli istituti pubblici e ha detta di chi l'ha conosciuta aveva una grande passione per gli studenti. Con questo spirito ancora una volta abbiamo chiesto aiuto al mondo dello sport di questa città e per la prima volta alle scuole secondarie. Il torneo ha avuto una grande visibilità grazie alla creazione del evento su Facebook e alla conferenza stampa tenuta dalla Presidente Anna Durio e dal Presidente Massimo Vita presso la sala stampa dello stadio Artemio Franchi di Siena alla presenza di numerosi giornalisti, rappresentanti delle squadre partecipanti al torneo e di molti dirigenti e soci dell’U.I.C.I. della sezione di Siena. Il 22 ottobre presso il Palazzetto dello Sport “PalaGiannelli" si sono affrontate nel torneo di calcetto, 5 squadre e non 4 come negli anni precedenti. "Fantini e Dirigenti delle Contrade" e "Gruppo stampa autonoma di Siena", al terzo anno di partecipazione e "Siena Glaucoma Summer School", allenata dal Proff. Paolo Frezzotti, che ha  partecipato per la seconda volta.  Al debutto i "Fedelissimi Siena" e "l’istituto ITT - LSA Tito Sarrocchi di Siena".  A differenza quindi delle precedenti edizioni è stato organizzato, invece di un quadrangolare, un girone unico all’italiana in cui sono state giocate un totale di 10 partite di 15 minuti ciascuna. Le sfide sono state molto combattute nonostante i portavoce delle squadre avessero dichiarato in conferenza stampa di giocare per aiutare l'Unione e non per ben figurare e vincere.  Dopo le prime 5 partite il campo da gioco si è trasformato in una pista da ballo dove si sono esibiti gli atleti della scuola di danza sportiva per disabili “Se mi aiuti ballo anch’io” e della scuola di ballo MG di Siena. Alla fine del torneo è seguita la premiazione delle prime tre squadre classificate: 

1º - Siena Glaucoma Summer School

2º - Fedelissimi Siena

3º - Istituto ITT - LSA Tito Sarrocchi di Siena,

del capo cannoniere e del giocatore più anziano.

La serata di beneficienza si è conclusa con un numero di spettatori superiore a quello del anno scorso e un incasso di 850 euro, mentre le spese per il noleggio dell'impianto sportivo sono state di euro 366,00. Il ricavo quindi è arrivato ad euro 484,00.  Questo incasso insieme ai proventi, dalla Lotteria Nazionale “Premio Louise Braille” 2016 andrà a finanziare i progetti per la promozione delle attività fisiche, motorie e sportive delle persone con disabilità visiva. Per questo risultato ringraziamo in modo particolare l’Amministrazione Comunale che ci ha dato il patrocinio, l’Assessore allo sport Leonardo Tafani e l’Assessore alla Sanità, Politiche Sociali Anna Ferretti, la Robur e la Presidente Anna Durio, per essere rimasta con noi tutta la serata ed avere offerto il buffet, tutti i giocatori e gli arbitri "UISP - Comitato Territoriale Siena", i ballerini. Ringraziamo inoltre per il loro contributo gli sponsor: Dolci e Biscotti Corsini, La Proposta Cooperativa Sociale Onlus, MOHSEN, Simply di San Prospero e Ravacciano.

Maria Grazia Marchi

 

 

Una città civile abbatte le sue barriere, non le aumenta

Siena città difficile per chi ha difficoltà negli spostamenti autonomi. Eliminare le barriere architettoniche è impresa ardua in ogni città, ancora di più a Siena dove i dislivelli sono importanti e i monumenti sottoposti a vincoli severi. Per coloro che hanno difficoltà visive Siena è una città dai mille trabocchetti, difficile da percorrere in maniera autonoma e le ultime novità certamente non aiutano. L’introduzione del divieto totale di circolazione nella cosiddetta Y storica può essere valutato positivamente per chi ha la possibilità di percorrere la città a piedi, ma se si sceglie di essere accompagnati in centro da un taxi, è ancora impossibile essere accompagnati a destinazione nelle tre strade principali. Nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione nel caso di trasporto di persona con disabilità certificata, ancora non c’è nulla di chiaro ed ufficiale. La regola vorrebbe che il tassista comunicasse preventivamente la necessità di introdursi all’interno del divieto, ottenendo il relativo consenso. Una procedura che non semplifica la vita. Ma anche gli ipovedenti e i non vedenti che vogliono muoversi a piedi autonomamente trovano il cammino costellato di trabocchetti. Le nuove catenelle posizionate in molti vicoli sono un ostacolo quasi impossibile da rilevare fino a quando non ci si sbatte contro. E lo zig zag al quale costringono è difficilmente intuibile. Appena fuori dal centro storico, gli attraversamenti con segnale sonoro, spesso non funzionano o in alcuni casi vengono lasciati con sistema lampeggiante che impedisce il funzionamento. Il sempre più diffuso utilizzo di new jersey in plastica nelle strade a maggiore scorrimento rende quasi impossibile capire la larghezza del varco. Sugli autobus la sintesi vocale che dovrebbe indicare percorso e fermate è quasi sempre disabilitato e non sono stati ancora forniti sufficienti telecomandi per interrogare i computer posizionati alle fermate che peraltro spesso non sono funzionanti. Alla Posta, così come nella maggior parte di banche ed uffici pubblici, il numero di ordine per lo sportello viene solo visualizzato senza nessun annuncio vocale, rendendo impossibile ad un non vedente sapere quando è il proprio turno. E queste sono soltanto una piccola parte di quelle che sembrano banalità, ma per chi non vede equivalgono a montagne da scalare. Basterebbe davvero poco per rendere tutto più facile.

Susanna Guarino

 

 

CONSIGLI DI LETTURA di Elena Ferroni

 

Dove ti trovi? perché ci sei?

Formato da 6 brevi capitoli, “Il cammino dell’uomo” scritto da Martin Buber è un testo ricavato da una conferenza tenuta dall’autore, durante un convegno nel 1947.  Si tratta di poche pagine che sono un piccolo gioiello, nelle quali con semplicità e schiettezza, servendosi di racconti esemplificativi, Buber interroga ognuno di noi, per aiutarci a non sprecare il dono irripetibile della nostra vita. Questa lettura ci conduce in un sapiente viaggio che parte da noi stessi, passando per la consapevolezza e risolutezza di saper scegliere, che ha come fine ultimo quello di donarsi agli altri, una volta acquisito tale bagaglio di esperienza che compenetra corpo, psiche e spirito. “Dove sei?”, così inizia l’autore la sua opera di scavo, mettendoci davanti ad uno specchio, con la domanda che Dio pone ad Adamo nel libro della Genesi. Subito dopo Buber ci incoraggia a rispondere con schiettezza, a non nasconderci perché ciò vuol dire prima di tutto nasconderci a noi stessi e farci rubare la vita da costruzioni false. Solo accettare il turbamento e rispondere a questo interrogativo  mette in movimento, fa cambiare strada, tornando all’autenticità di noi stessi e lasciando indietro quel congegno di nascondimento che abbiamo costruito. Allora si inizia davvero a camminare e a scoprire che con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo ed unico, che il compito di ognuno è proprio quello di sviluppare questa sua unicità. Lo scopo è realizzare lo specifico cammino che ti porta a restituire al mondo e a Dio, cammino speciale che può essere fatto di silenzio o di parole, di digiuno o di cene in compagnia, ma è quello per te, che mancherà irrimediabilmente al mondo, se non lo realizzerai. Dovrai perseguirlo con fermezza e risolutezza, conoscendo bene come sei e le forze che entrano in conflitto dentro di te per non smarrirti. Buber dice una verità fondamentale: nessuna unificazione di sé stessi è mai definitiva, ma lavorando seriamente per creare unità dentro di noi e compiendo opere a noi assegnate, si crea un circolo virtuoso per cui l’unità aumenta e si consolida e si supera, pur restando vigilanti, la contraddizione di cui siamo portatori. Solo se mettiamo queste basi sarà possibile fare il salto successivo, fine di ogni cammino personale, che consiste nel non preoccuparsi di sé: ciascuno deve conoscersi, per abbracciare il suo cammino particolare ed andare verso il mondo. Toglierebbe senso a tutti i passi compiuti prendere sé stessi come fine. Dove si può fare questo? Proprio nel luogo in cui ci si trova. Qui ed ora può splendere il tesoro del compimento della nostra esistenza. E’ rassicurante scoprire che non si devono fare fughe o acrobazie particolari, ma che è nel tuo ambiente, nello srotolarsi della tua vita quotidiana che sta il tuo compito essenziale, proprio qui alla nostra portata. Basta partecipare e far brillare ciò che ci sta accanto. Non ci metteremo tanto a scoprire che questo splendore diventa divino, perché assomiglia a quell’opera creatrice, da cui siamo partiti nel giardino della Genesi e che Dio può continuarla in ogni luogo,, attraverso il gesto di assenso di ognuno di noi. E allora tramite le pagine di Martin Buber, o di Paulo Coelho nel suo “L’alchimista” che mi è venuto in mente scrivendo queste righe, ti auguro lettore che questi due libri possano lasciarti inciso un desiderio che si fa vita concreta. Ti auguro di essere capace in questo Natale di fare spazio ad un Dio che si fa bambino, di realizzare attraverso questo prodigio che si ricorda e rinnova, quell’unicità di cui sei esclusivo depositario e missionario per il mondo.

 

 

Giornata nazionale del cieco una storia che si racconta

Nella nostra comunità umana vi sono tante persone che portano sulle spalle una difficoltà, un disagio. Alcuni vivono questa difficoltà, questo loro disagio in modo critico e altri con spirito di accettazione e di testimonianza. Molto più semplicemente ogni persona difronte a una realtà bella o meno bella si comporta secondo il proprio vissuto.

Circa 95 anni fa, un gruppo di ciechi, per cause di guerra, guidati da Aurelio Nicolodi,  capì che era importante organizzarsi per superare le comuni difficoltà rappresentate dalla disabilità visiva. Nacque così la nostra associazione: nacque, nel 1920 l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Nacque per promuovere e tutelare le persone che sulla loro strada incontrano questa problematica. Tante sono state le sfide affrontate e vinte nel corso degli anni; oggi ci interroghiamo sul nostro ruolo, sulla nostra ragion d’essere. Il nostro ultimo congresso svoltosi a Chianciano nel 2015 ha ribadito che l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti si impegna e si impegnerà in modo deciso per migliorare l’integrazione sociale dei disabili visivi. Scuola, lavoro, pensioni, autonomia, tempo libero alcuni dei temi su cui si orienterà la nostra azione sociale.  A Siena e in provincia ci preoccupiamo di far conoscere la disabilità visiva proponendo le nostre azioni con iniziative pubbliche al fine di sensibilizzare tutti verso questa realtà. Ci raccontiamo con semplicità parlando dei nostri limiti e delle nostre possibilità in modo naturale e tecnicamente chiaro. Incontriamo studenti di ogni età, proponiamo iniziative di prevenzione e siamo interlocutori di famiglie e pubbliche amministrazioni. La disabilità visiva non è un’esperienza che si può definire bella ma non è certamente un dramma insuperabile. Si tratta di imparare a conoscerla e vivere la realtà in modo diverso e con diverse modalità di relazione. Da qualche anno anche a Siena organizziamo un evento in questa giornata legandolo a una tematica particolare. In questa occasione centreremo la nostra attenzione sui disabili visivi ultrasessantacinquenni che nel nostro territorio vivono i particolari condizioni di isolamento. I progetti di socializzazione messi in campo dalle varie amministrazioni pubbliche, a macchia di leopardo, sono rivolti ai maggiorenni fino a sessantacinque anni e per tutti gli altri, la maggioranza, il nulla. Se uniamo le difficoltà che vengono  dalla mancanza della vista a tutti i problemi di accessibilità del territorio e dei mezzi di trasporto, ci possiamo immediatamente rendere conto di quante e quali criticità incontriamo. Il prossimo 13 dicembre organizzeremo una cena concerto nella Contrada della Giraffa a cui siamo riconoscenti  per la gratuita ospitalità. Alla cena saranno invitati tutti i cittadini e così al concerto coristico che la seguirà. Il programma prevede le esibizioni del coro dei Madrigalisti senesi, il coro delle voci bianche dell’accademia Chigiana e il coro Arlecchino dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Siena. Sarà l’occasione per contribuire al sostegno economico della nostra associazione e per ribadire ai pubblici amministratori che devono farsi carico dell’integrazione sociale dei disabili visivi. Tornando alla giornata nazionale del Cieco, mi sento di affermare che, quando una comunità sente il bisogno di istituire una giornata per, in realtà non fa altro che dichiarare la propria sconfitta. Tuttavia se vogliamo essere realistici, queste giornate servono per sottolineare particolari problematiche che nel quotidiano spesso passano sotto silenzio. I Ciechi e gli Ipovedenti, potrebbero vivere una vita più che dignitosa se solo fossero messi in condizione di farlo. Manca la riabilitazione, manca un corretto inserimento scolastico in una parola, manca la Civiltà. La nostra piccola sezione di Siena si adopera per superare questi problemi stando vicina alle persone ma per farlo sempre di più e meglio, ha bisogno del sostegno di tutti. Come sostenerci? Incontriamoci il 13 dicembre e ci conosceremo.

Massimo Vita

 

 

SPORT PER TUTTI di Antonio Garosi

 

Un senese al Bravio delle botti

Tutti i poliziani, da bambini, prendono un copertone usato e lo fanno rotolare sull’asfalto sognando di correre il Bravio delle botti. Tutti i piccoli senesi, con un semplice cavallino in plastica, sognano la vittoria della propria contrada. E se poi… accade tutto e il contrario di tutto? Metti che un giorno un giovane della città del palio provi a far rotolare una botte, e se ne innamori a tal punto da non poterne più fare a meno. E’ successo proprio a Gino Emili, che raggiungiamo nella sua abitazione, dopo la sua consueta corsetta conclusa con una doccia rigenerante.

 

Quando ha cominciato a fare podismo? E come è arrivato al Bravio delle botti?

“Ho cominciato a trenta anni, quando ho smesso di giocare a calcio. Nel 2003 Michele Lucci, (scomparso tragicamente a Montepulciano due anni dopo) Mi portava con lui, per seguire le prove, un po’ anche per fargli compagnia. Andavo sempre più spesso alle prove, fin quando nel 2005 gli spingitori che dovevano gareggiare con la contrada di Talosa,  andarono via all’ultimo minuto. Io cominciai a provare e feci la mia prima corsa con le botti”.

 

Cosa pensò la prima volta che provò a spingere una botte?

“Fu subito amore, feci un pezzo breve, con una gran fatica. Come ho detto mi innamorai a tal punto che non riesco a pensare di smettere”.

 

Gino confida che a 70 anni, si vede ancora dietro ad una botte. Anche solo per fare un breve tratto. Alla richiesta del motivo per cui è passato dal ruolo di spingitore a quello di allenatore risponde che principalmente è per l’età. Ora ha 50 anni ed allena ragazzi di 25 - 30 anni che sono fortissimi, e uno di 50 non può competere.

 

Quanto dura la preparazione? E come si prepara un Bravio?

“La preparazione con le botti, visto che ora gli spingitori sono tutti dei podisti, inizia ad aprile; Però è chiaro che anche in inverno ogni 15 - 20 giorni gli atleti, ci mettono le mani. La preparazione, quella dura, con la botte, prende 4 - 5 mesi. Ogni 20 giorni si fa lo scarico; fino ad arrivare a ferragosto. A quel punto quel che è fatto è fatto. Si fa lo scarico grosso. E nei giorni delle prove in paese l’unica preoccupazione è quella di tenere a bada gli spingitori, in modo da non affaticarli e farli arrivare all’ultima domenica di agosto con la voglia di fare la gara”.

 

La preparazione ad un Bravio è faticosissima, viene voglia di mollare tutto, durante gli allenamenti o addirittura in gara?

“Devo dire che ho visto accadere tutte e due queste cose. Ci sono ragazzi sfiduciati verso giugno, luglio per una prova andata male. Per cui ho messo a punto dei sistemi perché questo non accada: prendo i tempi e non li dico a nessuno”.

 

Emili, ci confida che al palio di Siena, assieme ai suoi figli, è un contradaiolo dell’Aquila. Sua moglie, invece, è della contrada del Montone.

 

Francesca Monaci è l’unica donna che si allena per il Bravio assieme ai colleghi maschi, può dirci per quale motivo?

“Il motivo è che a me piaceva allenarmi a Siena, e Francesca è mia moglie. Quando cominciai a spingere, lei mi accompagnava e guardava. Qualche volta ero solo e le chiedevo di provare. Poi ha provato e si è innamorata, come me; Tutt’oggi ci alleniamo assieme”.

 

E’ al termine dell’intervista, quando stiamo conversando amichevolmente, che Emili dice ciò che tutti gli appassionati di questa manifestazione vorrebbero sentir dire: “Quando mi chiedono quale è la gara più bella che hai fatto? Io rispondo il Bravio delle botti. Ho fatto ultra maratone da 60 - 100 chilometri, ho corso in montagna tra la neve; ma quei 10 minuti del Bravio sono particolari, e non hanno eguali”.

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