Visto! Numero 10

Visto!

 

Periodico di informazione della sezione di Siena - numero 10 - marzo 2016

 

Direttrice responsabile: Susanna Guarino

Registrazione Tribunale di Siena n. 3 del 5/8/2014.

 

Con il contributo di: ESTRA

 

Sezione  Cavaliere Attilio Borelli

Viale Cavour, 134 Siena

Telefono 0577 46181

e-mail: uicsi@uiciechi.it

Sito internet: www.uicisiena.org

 

 

È SINDACO DI CUNEO: Federico Borgna, il coraggio di mettersi in gioco

“Sono cieco ma guardo avanti”  

In pochi possono vantare di essere diventati sindaco di una città di 60mila abitanti a soli 38 anni, specialmente se il primo cittadino, ripeto a soli 38 anni, ha un’esperienza che in pochi possono vantare. Ha iniziato già dai tempi della scuola: rappresentante di classe e poi di istituto. Poi assessore al bilancio, patrimonio e politiche sociali in un comune vicino a Cuneo e consigliere della Comunità Montana. Quando si candida alle elezioni regionali è il più votato della lista. E quando spariscono le Province, viene nominato dai colleghi dei comuni presidente provinciale. Una carriera brillante per chiunque. Federico Borgna è cieco. Cieco totale. Adesso ha 42 anni ed ha iniziato ad avere problemi con la vista a 12, quando su di lui è calato un responso che non lasciava scampo: retinite. Gli ultimi bagliori di luce li ha lasciati sui libri dell’università, laurea in giurisprudenza. Poi c’è stata l’elettronica a supportarlo, e la capacità di entrare in empatia con la gente. Per l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti onlus è stato consigliere provinciale, poi consigliere regionale, presidente regionale e consigliere nazionale, nonché vicepresidente provinciale della Federazione delle associazioni nazionali disabili. Conosce bene Siena e si definisce contradaiolo della Selva per il rapporto che la contrada ha con la città di Cuneo.

 

Sindaco come si rapporta con la sua disabilità?

“Da sempre porto avanti l’idea dell’integrazione vera. La vita è una gara sui cento metri, poi c’è chi porta uno zaino più leggero e uno più pesante. Chi porta lo zaino più pesante deve avere dei vantaggi, poi però, stabilite le regole, una gara è una gara. Quindi è giusto avere aiuti per l’autonomia, sussidi per l’integrazione scolastica, poi però ce la dobbiamo giocare. Questa è la regola base. Io sono stato una testa dura e lo devo ai miei genitori e all’Unione Ciechi, dove ho incontrato persone che mi hanno spiegato che portare il bastone bianco non è una vergogna e che è importante imparare ad essere autonomi nella vita quotidiana perché ne avrei avuto un vantaggio”.

 

La candidatura a sindaco di un non vedente come è stata vissuta dalla città?

“La mia candidatura a sindaco è nata in un contesto politico particolare, ed è stata un po’ a sorpresa. Oltretutto a Cuneo io vivo ma non ero conosciuto. Quindi, quando hanno deciso di candidare proprio me, il primo passo da spiegare era che un perfetto sconosciuto, fuori dagli schemi di partito, era pure cieco. La prima cosa che abbiamo fatto è impostare la campagna elettorale sfidando la città, tappezzando la città di manifesti con la mia faccia e lo slogan “Cuneo guarda avanti”. Hanno pensato che fossi impazzito. Da un sondaggio ad un mese dal voto si è visto che poca gente sapeva che ero cieco, e di coloro che lo sapevano il 10% mi avrebbe votato a prescindere, il 10% non mi avrebbe mai votato perché avere un sindaco cieco per un capoluogo di provincia è inconcepibile, e all’80% non importava niente della mia vista, voleva sapere solo il programma. Questo dimostra che la gran parte dei cittadini ti misura per quello che dici e per quello che fai, non per come sei”.

 

Ci sono comunque cose che lei, rispetto ad altri suoi colleghi, non può fare....

“Chiunque ha dei limiti, chi ha una disabilità ha dei limiti e infatti certe cose non posso farle, ma nessuno può fare tutto da solo. Ho una squadra, assessori e collaboratori. Nella vita bisogna anche sapersi far aiutare indipendentemente se uno abbia o no una disabilità”.

 

Questa sua forza, essere riuscito dove altri dicono ‘io non ce la potrò fare mai’, deve essere da spinta per chi si trova nella sua situazione?

“Se uno dice ‘tanto non ce la faccio’ è lui il primo a non volercela fare. Bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco e quando ti metti in gioco devi sapere che puoi vincere o puoi perdere, ma vale per tutti, non solo per chi ha una disabilità. Di sicuro se uno le partite non le gioca non le può vincere, non perde ma non vincerà mai”.

Susanna Guarino

 

 

SAPER GIOCARE BENE LA PARTITA DENTRO AI PROPRI LIMITI PER COMPIERE SCELTE PIENE DI VITA

Nelle righe che seguono faremo una chiacchierata semplice ed insieme profonda con Wolfgang Fasser, fisioterapista, musicoterapeuta, scrittore, custode di un eremo nel cuore del Casentino e, oltre a tutto questo, anche cieco.

 

“Wolfgang, mi preme prima di tutto farle una domanda sulla sua ricerca dal punto di vista lavorativo: vorrei capire come è arrivato a svolgere la professione di fisioterapista, che a volte molte persone non vedenti vivono come una costrizione”.

“All’inizio per partire, per avere una professione di base con la quale potevo lanciarmi verso la vita, era un po’ una ricerca, provavo e sperimentavo un po’, fino a che sono arrivato a dire, ok la fisioterapia sarà la mia vita. è la mia vita. Non è facile, non era facile una volta e non è facile oggi, perchè anche oggi non abbiamo così tante professioni a disposizione, ma io credo che alla fine il fattore più importante è se siamo capaci “di innamorarci in quello che stiamo facendo”. Se son capace di innamorarmi proprio in quello che sto facendo - ripete Wolfgang - in quello che mi è possibile, anche poche possibilità danno già un ampio panorama nella vita. A me è successo così: ho fatto alcuni esperimenti e poi capivo che fisioterapia era una scelta prima intellettuale, una scelta un po’ di ragione, non era subito un innamoramento di questa professione. Dopo due 3 mesi di formazione io mi sentivo innamorato di questa professione, sapevo che questa era la mia strada. Perciò io dico: se non ho 30 professioni da scegliere, credo sia più importante saper “innamorarsi di quello che sto facendo”, quello che mi è possibile, di saper giocare bene la partita dentro ai limiti. Saper fare questo credo sia più importante che avere tante possibilità a disposizione. Io sono partito da quì:all’inizio ero interessato al settore della riabilitazione e alle tecniche manuali, allora ho fatto corsi di terapia manuale e lavorato in centri di riabilitazione. Poi sapevo di voler lavorare all’estero, in situazioni di disagio come l’Africa e così quando ero pronto, quando avevo fatto sufficienti esperienze cliniche, allora sono partito. In seguito ho integrato la musica, perchè sapevo che parte della guarigione, oltre che fisica, necessita anche di qualcosa per l’anima, allora ho studiato la musicoterapia. Non ho mai abbandonato la mia fisioterapia, avevo solo un po’ più di aperture per questo aspetto più d’animo, più psichico nella guarigione. Mi sono interessato alla psicologia dei sistemi per capire il rapporto di dipendenza ed interdipendenza tra il malato, la famiglia e il collettivo, per comprendere le dinamiche che sottendono al potenziale di ammalarsi e di guarire dell’individuo. Non mi sono limitato a pensare “Io sono un fisioterapista, massaggiatore, faccio così”,  mi sono invece dedicato a questo lavoro attraverso l’incontro con i malati. Con loro ho incontrato nuove domande alle quali volevo rispondere, dunque studiando e facendo nuove esperienze mi son dato risposte. In questo modo la mia professione che sempre da 42 anni è la fisioterapia, si è sviluppata tantissimo. Per questo ritorno a quanto ho detto all’inizio, Cruciale è se riesco ad innamorarmi di quello che ho davanti a me, quello che è il mio cammino, quello che è possibile per me, questo apre un grande orizzonte”.

 

“Oltre all’amore per la fisioterapia, ci sono stati due libri che lei ha scritto: il primo è “Invisibile agli occhi”, in collaborazione con il giornalista Massimo Orlandi. Riguardo a questo testo vorrei approfondire due aspetti, vorrei che ci spiegasse il significato che per lei hanno avuto le pietre di fuoco e che cosa intende con l’espressione “esperti dell’invisibile”.

“Inizio con l’ultima, legata a questo bellissimo libro di Jacques Lusseyran “Et la lumière fut “ che credo in italiano si direbbe la luce ritrovata. Si tratta di un autore francese, un filosofo del novecento, era non vedente,  ha vissuto anche l’esperienza del lagher. In questo suo belllissimo libro riflette su quale è il contributo del non vedente nella nostra società, partendo dall’idea che ognuno di noi ha un contributo da offrire alla società nella quale vive. Nessuna vita è senza senso, ogni esistenza è un contributo alla grande esistenza di tutti noi, alla società. Allora lui si chiede: Quale è il contributo del non vedente alla società di oggi? E lo descrive dicendo che il non vedente è “l’esperto dell’invisibile”, lui può parlare di quello che non si vede, perchè lui per natura è destinato ad aprirsi a ciò che non si vede e da questa prospettiva ha da contribuire alla società. Infatti  tutti insieme abbiamo uno sguardo più ampio verso la vita, chi non vede è complementare con la sua vista di chi vede. Un punto di base è che la diversità fra di noi è la nostra ricchezza. E allora quì il non vedente è l’esperto dell’invisibile. Quando avevo 18 anni un caro amico non vedente, che mi insegnava anche il braille, e ad andare con il bastone, un po’ una riabilitazione fatta in casa - sorride Wolfgang - mi proponeva quando io avevo queste difficoltà, vedevo e non vedevo, ero insicuro, perchè essendo ipovedente c’è questo dilemma che non si vede cosa non si vede, in questa grande incertezza che forse è la fase più difficile, lui mi ha detto “Leggi questo libro che può essere una sorgente per te.” Leggerlo mi ha convinto che, non vedere sì è vero non si vede, ma se sei l’esperto dell’invisibile, voglio dire, c’è tutto il mondo aperto a te. Proprio per tale ragione questa scrittura mi ha accompagnato sempre. Sull’altro aspetto, le pietre di fuoco: ero piccolo, avevo 5-6 anni, cresciuto in montagna, a Glaros in Svizzera. Ebbene nel paese c’è questa tradizione, quando gli sposi escono dalla chiesa e salgono sul pullman per andare a mangiare, dai finestrini lanciano delle caramelle con colori accesi, blu, rosso, verde e giallo. Tutti i bambini del paese corrono con gioia dietro al pullman e raccolgono queste caramelle. Io correndo con gli amici non vedevo le cose che volavano, perchè la retinite pigmentosa stringe la visione a tunnel e non vedevo, logicamente  non ho preso mai nulla. Quel giorno tornando alla chiesa e muovendo un po’ le foglie in terra, nella piazza davanti alla chiesa, ho trovato 3 di queste caramellle e sono stato felicissimo. Questo era un simbolo, in quel momento anche io sentivo che allora c’è una via per me. Mi sono sentito avvolto da una grande fiducia. E’ stata un’esperienza nutriente, un seme che iniziava a farmi sentire la diversità come qualcosa di prezioso da abbracciare. Tornando a casa e raccontandolo alla mamma, lei mi ha detto una frase molto importante: ma per te ci sarà sempre una via possibile, una via aperta”. Bellissima anche questa conferma da fuori di cui c’è bisogno. Le pietre di fuoco sono state una prima consapevolezza che la mia vita sarà diversa da quella degli altri, ma andrà bene così, consapevolezza di un cammino particolare arricchito dalla diversità che è fra tutti noi, ma che va bene così. A 18 anni incontrerò poi il filosofo Lusseyran, con parole più sviluppate e curerò l’educazione ai sensi anche nel lavoro che faccio.

Elena Ferroni

 

Dona un’ora del tuo tempo per il volontariato a favore dei disabili visivi.

Per farlo chiama il numero 0577 46181 o visita il sito www.uicisiena.org

 

Non amarmi “perché vivo all’ombra”

Intervista ad ALEANDRO BALDI

 

Aleandro potresti raccontare ai nostri lettori la tua avventura musicale e soprattutto quanto è stato importante per te la partecipazione e la vittoria a Sanremo?

La mia avventura musicale è cominciata da quando mi sono accorto di avere la passione per la musica. Passione che ho scoperto già da quando  avevo i primi pianoforti giocattolo, le prime chitarre. Poi si è unita la mia curiosità di volere sperimentare, di voler provare cose nuove, di voler sempre in qualche modo aggiornarmi, acculturarmi sulle novità. Questo mi ha portato a studiare la chitarra, a inseguire il sogno di voler frequentare il conservatorio; un sogno che si è potuto realizzare solo dopo Sanremo. Ecco io credo che la partecipazione al festival di Sanremo non sia un traguardo ma è semplicemente una delle tante promozioni discografiche, anche se oggi credo sia rimasta l'unica opportunità per tanti motivi. Per la crisi che c’è in Italia. E' stata un'esperienza importantissima perché è stata emozionante, determinante e perché per ogni artista, come si suol dire, dà il là all’inizio di una carriera oppure la fine. O te la crea o te la stronca. In quel momento percepisci che la tua vita artistica si gioca tutta lì. Ma la vita artistica non è solo Sanremo, un artista non deve pensare solo a stare su un palco di fronte a tanta gente o di fronte ai teleschermi, ma  pensare anche a quello che vive, a quello che scrive e a quello che gli rende emozione, l'emozione che si può incontrare nella vita di tutti i giorni.

 

Ci racconti un episodio di quel festival.

Di Sanremo ne ho fatti 5 e di episodi ce ne sono stati tanti. Quindi l’esperienza non è solo quella dei due vincenti ma di tutti e 5. Ovviamente in quelli che ho vinto ci sono stati bei tributi. L’esperienza che posso raccontare più bella è quella di avere i complimenti dalle persone che prima vedevo come divi, e che mai avrei creduto di raggiungere: Sandro Ciotti, Fabrizio De Andrè, Modugno, e tanti e tanti personaggi del mondo dello spettacolo. Persone che mai mi sarei aspettato di incontrare mi facevano i complimenti. L’esperienza che posso raccontare è quella del ’92 quando, alle prove, tutta la stampa diceva che saremmo stati eliminati. Il giorno dopo, invece, abbiamo avuto un grossissimo riconoscimento da parte del pubblico e da parte della critica, vincendo addirittura Sanremo. Questo è l'episodio più strano e più rampante che ricordi.

 

Nella canzone che più si ricorda di te c’era una frase che diceva “Non amarmi perché io vivo all’ombra” cosa puoi dirci di questa frase ma soprattutto, cosa puoi dire ai lettori del nostro giornalino rispetto alla disabilità visiva e alla solidarietà che la gente dovrebbe dare alle persone più deboli, alla nostra organizzazione l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti?

Questa frase riguarda una cosa alla quale io tengo molto che è il modo di amare. I modi di amare ce ne sono tanti, però ci sono dei modi sbagliati e dei modi buoni. Anche se si dice “io amo”, l’amore sbagliato a volte fa anche dei danni. Quindi “non amarmi perché vivo all’ombra” vuol dire non amarmi per qualche cosa che riguarda il mio stato ma per la persona, per quello che ti trasmetto.

Molte volte quando si fa del bene, o delle opere di solidarietà, lo si fa  per puro altruismo ma a volte per quello che nella psicologia è chiamata una proiezione di noi stessi: ci si immedesima in una persona non vedente o in una persona con una disabilità diversa e scatta la molla di fare del bene. L’amore vero, invece, è quello per la persona in quanto tale, nella sua totalità. Quando tutti ci chiedono “ma fate delle feste di beneficenza?” rispondo con la battuta “io voglio vedere le persone in faccia” perché voglio amare le persone, voglio innamorarmi delle persone per come sono, per come vivono. Non fare della beneficenza, dando dei soldi che poi, ha volte, ne va a scapito del lavoro stesso, a chi non conosco o a una persona perché la mantenga. Quanti genitori, quanti papà soprattutto, dicono ai figli “…… ma io ti ho accudito” “si ma io non ti ho visto come il mio papà, non mi hai cresciuto ,non mi hai allevato”. L’amore è importante!!! Non amarmi per le proiezioni della coscienza, non amarmi perché non so …... ai paura di andare all’inferno ma amami per quello che io sono, per quello che ti trasmetto.

 

Se dovessimo chiudere questa intervista con un appello di Aleandro Baldi ai lettori affinché sostengano l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti cosa ci potresti dire?

Penso che il migliore appello che posso fare a tutte le persone, a quelle non vedenti e a quelle che vogliono avere un approccio con i non vedenti o con tutte le persone che hanno bisogno di un particolare aiuto sia: “ama la persona per quello che è e non per quello che per te potrebbe rappresentare”.

 

Quando avremo il tuo prossimo album?

Vediamo un po', sto creando, quando ci sono le condizioni per poterlo fare.

 

L'intervista si conclude con l'invito ha pubblicare il prossimo album insieme all’associazione.

Massimo Vita

 

 

La tolleranza: una virtù da frequentare

Il boato è stato assordante, li fuori. Per un attimo ho creduto che il tetto mi cadesse addosso, ma non è successo nulla. Peccato, stavo facendo così un bel sogno.. Ho sognato le strade della mia città, zeppe di persone felici, ho sognato parchi, parchi verdeggianti e non polverosi e deserti. Ho sognato la mia scuola, era sicura ed accogliente.. Ho sognato la mia mamma, era bellissima ed i suoi occhi non erano stanchi, arrossati, ma erano gioiosi.. Ho sognato anche lei, mia sorella. Si trovava in cucina, la sua voce aleggiava per tutta la casa, così come il suo profumo.. Era li, nessuno se l’era portata via, nessun uomo barbuto l’aveva rapita, nessun urlo aveva squarciato casa, niente pianti, nnulla di nulla. Ho sognato una vita normale, ho sognato, semplicemente, la pace che non avremo mai. Il sogno si è interrotto bruscamente e anche oggi, li fuori, magari a pochi isolati da me, è avvenuto l’ennesimo massacro. Spero che il mio migliore amico stia bene, comunque. Poche settimane fa suo fratello è partito a fare la guerra e sua madre e le sue sorelle minori sono andate via assieme a quei dannatissimi uomini dagli occhi gelidi, apatici. Da quel momento in poi, non le ha più riviste. Sono stanco, e non perché mi sono svegliato di colpo; Semplicemente, sono stanco di tutto questo. Stanco di vivere nella paura, stanco del sangue continuamente versato, stanco della guerra, stanco della morte. Ci dicono che tutto ciò è per Lui, che si lotta per Lui, che dopo la guerra ci aspetterà il paradiso dove sarà Lui ad accoglierci, ma io davvero, non capisco. Credo  alla sua figura, ho letto il Corano a scuola, l’ho letto bene, ogni sera con la nonna ne cito qualche brano, prima di andare a letto. Faccio la preghiera quando è necessario, mi comporto bene.. Ma da quando ci sono loro, tutto ciò che ho imparato fino ad adesso è stato spazzato via. Il mio Dio, da figura pacificatrice, è diventato scopo di guerra ed odio. Non capisco, continuo a non capire… E gli interrogativi che mi pongo sono sempre gli stessi, giorno dopo giorno. Spero tutto questo finisca, ma non ne sono poi così sicuro.. Oramai il mio non è vivere, ma sopravvivere.. Chissà, magari ho ragione io ed il mio Dio è buono e non incita alla guerra, magari il mio Dio mi proteggerà, non mi lascerà morire, come quegli uomini che stanno combattendo, li fuori. Intanto provo di nuovo a dormire. Se solo questi boati cessassero…”.    Durante questi ultimi anni, il pacifico equilibrio sospeso sull’Europa intera, è stato scosso significativamente. La tensione fra oriente ed occidente si è fatta palpabile, tensione che, come previsto, alla fine è esplosa, rendendoci protagonisti dell’orribile scenario a cui stiamo assistendo, seppur indirettamente, ogni giorno. Apparentemente i motivi scatenanti sembrano essere di natura religiosa. Un gruppo di uomini ha proclamato uno stato apparso dal nulla, uno stato dove vige l’abominio, dove le leggi sono al limite dell’assurdo, uno stato dove si sguazza, letteralmente, nella morte. La religione islamica, che tante persone praticano normalmente, è stata stravolta, i suoi dogmi ri-interpretati morbosamente dalle menti malate di carnefici pronti a tutto, pur di raggiungere il proprio obiettivo. Se avessimo l’opportunità di viaggiare nel tempo, comunque, potremmo scoprire che è a causa di questi dogmi religiosi se tanto sangue è stato versato. Il sangue di poveri innocenti la cui colpa è stata quella di aver avuto fede. Eppure, qualsiasi sia la religione, qualsiasi sia il nome della figura in cui si crede, la fede rimane la stessa, il Dio buono in cui si crede è lo stesso. La religione promette la felicità dopo la morte, la pace eterna. Chiunque e in particolare chi  ha fede dovrebbe seguire un modello comportamentale preciso, un comportamento che non implica l’uccisione di qualcuno, ma l’altruismo e l’amore verso il prossimo. La religione, così come la legge, inneggiano alla pace. Legge e religione, così diverse, eppure così strettamente intrecciate, rendono l’uomo completo moralmente e spiritualmente. Si tratta di un connubio equilibrato, che non deve essere assolutamente portato all’esagerazione.

Eppure, nonostante ciò, molto spesso questi equilibri vengono violentemente scossi, creando uno squarcio difficile da risanare. Ed è proprio questo squarcio ad essersi aperto nella nostra Europa che, non priva di responsabilità sta vivendo una realtà più che complessa. Realtà che invece, molti popoli del medioriente vivono ormai da anni, popoli abituati alla guerra, abituati  a convivere con questi fanatici mostri. Mostri che dettano leggi, che non si fanno scrupoli a rapire donne e bambine, stuprandole e rendendole schiave, uccidendole se ribelli o di altre religioni. Mostri pronti ad imbottire il proprio corpo di droghe, per poi farsi esplodere. Mostri che non si fanno scrupoli a poggiare le mani sul corpo di un bambino per allacciargli una cintura piena di tritolo, cintura che porterà loro alla morte. Il mio pensiero va a loro, a questi popoli che quotidianamente camminano a braccetto con la morte, il mio pensiero va a quelle donne forti che devono sopportare il dolore del proprio uomo partito per la guerra, il dolore per la morte dei loro bambini resi dei kamikaze, il dolore per le loro figlie, rese un oggetto di piacere, un giocattolo da usare, per poi essere gettato via.

Il mio pensiero va a queste persone che vivono nella miseria, persone che non sono protette da servizi segreti, persone che non possono scappare con aerei, automobili o treni. Persone come noi, nate nel posto sbagliato. Il mio pensiero va ai bambini che la mattina non si svegliano grazie alla dolce voce della loro madre, o   grazie al trillo della sveglia, ma con costanti boati, grida e pianti.. Ed è la loro madre che sta piangendo, perché non ce la fa più a reggere tutto questo. Sarà una questione di denaro, una questione politica, religiosa, non importa. Un sipario nero sta calando lentamente sul nostro mondo, un sipario che odora di morte e di sangue. L’uomo è instabile, la natura dell’uomo è malvagia, sicuramente.. Ma tanti uomini grazie alla religione, grazie all’educazione sono buoni, sono felici e come tutti noi, vogliono la pace. Perciò l’unico antidoto per strappare via questo sipario è la solidarietà, la forza della pace, l’unione fra gli uomini, siano essi italiani, francesi, siriani, iracheni. Sconfiggere questi mostri e far sì che per tutti, anche per quei bambini che stanno oscillando anche adesso, fra la vita e la morte, possa esserci un risveglio dolce, sicuro.. Un risveglio, semplicemente, normale.

Roberta Di Nardo

 

 

Storia dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti

Una storia di passione civile

Novantacinque anni fa nasceva a Genova la nostra associazione per la lungimirante opera di un militare: Aurelio Nicolodi diventato cieco per lo scoppio di una granata nella trincea. La ragione fondante fu quella di riunire i ciechi sotto la stessa bandiera per conquistare il diritto alla cittadinanza. Per raggiungere questo obiettivo, Aurelio Nicolodi indicò due strade principali: l’istruzione e il lavoro. Per raggiungere queste mete, era necessario che ai ciechi fosse riconosciuta la piena capacità giuridica di agire dato che gli era negata. Nel tempo sono state tante le battaglie che l’associazione ha dovuto combattere tra mille difficoltà di ordine sociale e politico. Grazie alla nostra azione nel tempo, i ciechi e gli ipovedenti hanno potuto studiare, lavorare e aver riconosciuto un assegno di accompagnamento a parziale risarcimento della disabilità. La possibilità di istruirsi ha tolto i ciechi dagli angoli delle strade e li ha condotti fino alle cattedre universitarie. I ciechi hanno accesso alle professioni più diverse e sempre maggiori grazie all’avvento delle nuove tecnologie. Da prima il lavoro ai centralini, alla massofisioterapia, alla musica e poi la docenza e le libere professioni. Oggi abbiamo ciechi e ipovedenti liberi imprenditori, psicologi e informatici ma anche ciechi che hanno conseguito grandi risultati nello sport a vari livelli. Nonostante tante conquiste e tanto lavoro, non si può dire che le difficoltà siano finite e che si siano raggiunte le pari opportunità. Le difficoltà oggi esistenti sono dovute, più che al deficit, comunque grave, alle grandi fasce di incultura della nostra società civile e della sua classe dirigente. Molti progressi sono avvenuti nell’ambito della prevenzione perché la nostra associazione ha voluto, sin dalla sua nascita, porsi l’obiettivo della prevenzione per far diminuire le persone con deficit visivo. I risultati sono sensibilmente visibili perché nel nostro Paese come in tutto l’occidente diminuiscono i ciechi assoluti e aumentano i ciechi parziali o gli ipovedenti. Abbiamo però un problema sempre crescente: i soggetti con minorazioni plurime spesso molto gravi che la struttura socio-sanitaria del nostro Paese fa fatica a prendere in carico in modo incisivo e qualitativamente sufficiente. La sezione di Siena, come tutte le altre in Italia, si preoccupa di seguire la categoria con attenzione a tutte le fasce di età e in particolare segue i ragazzi in età scolare e gli anziani.  I settori sopra indicati hanno una loro specificità che comporta un impegno sia professionale che economico al quale facciamo fronte con un massiccio lavoro di relazione con le istituzioni pubbliche. Senza il sostegno economico, professionale e personale di chi ci sta intorno non sarebbe possibile realizzare i nostri progetti. Per tutto questo chiediamo che ci venga donato il cinque per mille nella dichiarazione dei redditi; che ci vengano destinate offerte volontarie; che si pensi a noi per lasciti e donazioni; che si pensi a noi per mettere a disposizione un’ora del proprio tempo o la propria capacità professionale.

Come ci insegna la nostra storia e i nostri documenti congressuali, ci impegniamo per migliorare la vivibilità delle nostre zone di competenza a partire da Siena e fino al paese più sperduto del territorio in sinergia con le pubbliche amministrazioni e soprattutto con le associazioni della disabilità. Spesso la vivibilità del territorio, oltre a essere legata a scelte urbanistiche discutibili, è legata alla insensibilità di chi parcheggia sui marciapiedi, di chi lascia gli escrementi dei cani per strada, di chi lascia materiali esposti davanti ai negozi che intralciano il cammino di chi viaggia con il bastone. Spesso capita di dover segnalare disservizi legati a un cattivo funzionamento della macchina burocratica e per questo facciamo appello a tutti affinché quando si notano disservizi o insensibilità non si giri la testa dall’altra parte pensando che il problema non ci riguardi. A Siena esistono due associazioni che dovrebbero occuparsi di disabili visivi ma per molti i ciechi sono quelli di Ravacciano dove tanti anni fa vi era un glorioso istituto. In realtà a Ravacciano esiste una associazione che si chiama “tutela ciechi” e poi esistiamo noi che abbiamo la sede in viale Cavour, 134. Noi ci siamo fatti conoscere per le nostre azioni concrete e possiamo essere conosciuti tramite il nostro sito internet o visitando la nostra sede. Mi piace concludere questo articolo riportando quando mi ha detto una nostra associata molto anziana: “da quando frequento l’associazione provo tanta gioia e tanta voglia di vivere”. A te che leggi voglio dire: dacci una mano a migliorare sempre di più la vita dei disabili visivi della provincia di Siena.

Massimo Vita

 

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